Mr Skeffington

Mr Skeffington
La bellezza per Fanny è stata tutto, per tutta la vita. Ma il tempo – e gli eventi – non passano senza lasciare segni profondi e adesso, ad un passo dal limite psicologicamente difficile dei cinquant’anni, lei, che è stata la donna più desiderata di Londra, è costretta ad un duro bilancio. Sarà questa imminenza, saranno i postumi della malattia che l’ha profondamente prostata, sarà che è febbraio, mese in cui s’erano sposati, fatto sta che da qualche giorno Fanny ha strane allucinazioni che le fanno credere di vedere ovunque Job Skeffington, il ricco ebreo dal quale ha divorziato quasi trent’anni prima e che praticamente non vede da allora. L’immaginazione le fa davvero strani scherzi – “Terribile avere una fantasia che ti bacia i piedi” – e Fanny considera l’idea di consultare un dottore. Eh, bel suggerimento le dà, questo che è ritenuto un genio da tutte le sue pazienti… La donna comincia così a ripensare al suo matrimonio, alla sua vita e a tutti gli uomini, spesso assai più giovani, che l’hanno fatta sentire bella e desiderabile. Un po’ per caso, un po’ no, finisce allora per rincontrarli, quasi a voler recuperare disperatamente il passato e trattenerlo con tutte le forze, alla ricerca di conferme di qualcosa che invece non è più. Non è più nemmeno tempo di fare affidamento sulla bellezza che – ora se ne rende conto – davvero è bene evanescente ed effimero. Sarà capace Fanny di trovare nuove risorse, alla sua età poi? E forse, in fondo, non è necessario andare troppo lontano…
Nel 1940, a settantaquattro anni e quindi uno prima di morire, l’australiana Elizabeth Von Arnim scrive questo romanzo sulla necessità di cambiare e soprattutto su quella di accettare i cambiamenti, primi fra tutti quelli che il passare inesorabile del tempo porta con sé. L’unica possibilità di sopravvivere, anche quando parrebbe tardi, anche dopo una vita intera di superficialità, è scoprire quali sono i valori più autentici e profondi, quelli che del tempo se ne fregano e sorridono, e resistono saldi alle avversità della vita. Certo, potrebbe infastidire e risultare poco simpatico questo personaggio così frivolo e leggero che, nonostante le sue patetiche ansie, pare ricevere anche un ulteriore premio dalla vita in un finale in certo modo metaforico giocato sul simbolismo (senso della vista-bellezza) e deliziosamente happy and; sembrerebbe confermare l’adagio che chi vive con superficialità senza farsi troppi problemi sia destinato a cavarsela sempre e a godersela. Con tutta certezza, però, non era questo l’intento della Arnim, non a caso definita dal suo amante, lo scrittore Herbert George Wells, “la donna più intelligente della sua epoca”, che piuttosto con questo racconto pare voler stigmatizzare proprio il contrario. La scrittura, raffinata e delicata, è impreziosita da una profonda introspezione psicologica dei personaggi e dalla acuta ironia di stampo britannico. Da questo romanzo nel 1944 è stato tratto il film omonimo diretto da Vincent Sherman e interpretato da Bette Davis nel ruolo della protagonista; tuttavia lì dove il romanzo è squisitamente british, il film presenta profonde differenze soprattutto per l’ambientazione americana e il taglio decisamente hollywoodiano.

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