Musica sull’abisso

Musica sull’abisso

L’ispettore Micol Medici rientra da Monterocca percorrendo la strada provinciale che si inerpica sulle colline bolognesi. Il weekend con Roven è stato perfetto: finalmente un compagno con gli stessi gusti e ritmi, che non le dice come deve vestirsi o come deve comportarsi. A Bologna l’attende il nuovo incarico alla Sezione Omicidi alla quale ha ottenuto il trasferimento grazie anche al modo brillante con cui ha risolto un caso complicato salito alla ribalta della cronaca come il caso de Le Spose Sepolte. Visto che non conosce ancora bene tutti i suoi colleghi, Micol è abbastanza guardinga, se ne sta sulle sue: l’unico che le sembra simpatico in ufficio è un agente scelto di origine palermitana, fisico piazzato e battuta facile, ma con lei sempre gentile e rispettoso delle gerarchie. La vera nota dolente è invece la presenza di Antonio Iacobacci, il “poliziotto più maschilista e cafone” che Micol abbia mai incontrato. Come gli sia venuta l’idea di chiedere il trasferimento nella stessa sezione non si sa, di certo c’è che adesso se lo ritrova alla Omicidi e, come se non bastasse, il vicequestore lo ha assegnato proprio a lei. Micol arriva in ufficio e trova il commissario Tarantola che l’attende stranamente con impazienza; il tempo di gettare il suo chiodo invernale su una sedia e l’ispettore Medici entra nella stanza del vicequestore. Tutta la squadra è radunata al completo. Sul tavolo, le foto formato A4 di un cadavere: i resti di una povera donna, dal corpo tumido e lacerato per essere rimasto troppo tempo in acqua, gli occhi quasi fuori dalle orbite come se quella giovane donna “sul punto di morire, avesse fatto l’incontro più terrificante della sua vita”...

Una nuova indagine per l’ispettore Micol Medici, stavolta non nella campagna di Monterocca ma nella cornice suggestiva di una Bologna descritta attraverso piccoli scorci, strade e monumenti in cui si muovono personaggi già noti (l’insopportabile Iacobacci dà anche qui il peggio di sé, ma non è l’unico portatore sano di quel bieco maschilismo con cui Micol si scontra da tempo) ed altri nuovi, sempre splendidamente caratterizzati e che rimangono inevitabilmente impressi a fuoco nella memoria del lettore. Morti inspiegabili, tutte archiviate come accidentali o come suicidi, ruotano attorno ad una classe del rinomato Liceo Classico Cicerone: una scuola della Bologna “bene” frequentata per lo più da figli di stimati professionisti. Decessi che però stranamente, anche se a distanza di anni fra loro, si sono verificati tutti il 21 febbraio. Cosa leghi questi delitti e perché sembrino preannunciati in una inquietante e lugubre canzone scritta in latino da alcuni degli alunni dell’allora quinta G è il nodo che deve sciogliere Micol anche aiutata dai suoi ricorrenti ed inquietanti sogni che, come nell’indagine de Le Spose Sepolte, continuano a mettere in luce particolari ai quali l’ispettrice non ha dato peso nell’immediato. Chi è un affezionato lettore di Marilù Oliva ritroverà con piacere la suspense a cui è abituato ed anche i temi cari alla scrittrice bolognese: dalla svalutazione delle donne nei diversi ambiti professionali alle problematiche sociali – bullismo ed uso di stupefacenti – che qui si fondono con il delicato periodo dell’adolescenza, età di mutamenti non solo fisici ma anche psicologici; età in cui accettarsi diventa un’impresa quasi impossibile. Un romanzo corale in cui il focus su Micol e l’indagine in corso si alternano ad ampi flashback che quasi filmano in soggettiva gli ultimi istanti di vita delle vittime ed il loro terrore misto a stupore nell’incrociare, per qualche secondo, e nel riconoscere il volto dell’assassino. Eppure la Oliva ci indica come di consuetudine una piccola luce in fondo a tanto buio (non a caso ha scelto tra le tre frasi in epigrafe l’incipit di una nota poesia di Mariangela Gualtieri: “Sii dolce con me. Sii gentile / È breve il tempo che resta. Poi / saremo scie luminosissime. / E quanta nostalgia avremo / dell’umano. Come ora ne / abbiamo dell’infinità”), una piccola speranza che lei stessa così definisce: “c’è bellezza intorno a noi, oltre alla ferocia, e l’unica cosa che dobbiamo e possiamo fare è fidarci ed essere gentili”.



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