Nada

Nada
È notte fonda quando Andrea scende alla stazione di Barcellona. Orfana e poverissima, tutto quel che ha sta dentro la vecchia valigia scalcagnata che si trascina dietro, stipata solo di libri polverosi e di qualche ricordo. Ma ha sogni, Andrea, e speranze ed entusiasmo per la nuova vita che le si schiude davanti, piena delle promesse che solo le grandi città sembrano custodire. È così, trepidante, che suona il campanello dell’appartamento di calle de Aribau, dove vivrà ospite degli zii e della nonna materna. Ma bastano pochi istanti perché lo splendore delle sue aspettative scolori nell’ombra, come se migliaia di candele fossero state spente da un famelico colpo di vento: dietro la porta chiusa, Andrea se ne rende conto alla prima occhiata, l’esistenza è deforme e sbilenca, suppurante come in certi dipinti espressionisti. Tra polvere e ragnatele, sporcizia e scarafaggi, vive una grottesca tribù di uomini e donne, ammucchiati insieme sotto un tetto da cui gocciolano risentimento e follia. C’è la nonna, vecchissima e tenera; la zia Angustias, una zitella rigida e scostante; lo zio Juan, un pittore fallito sempre più violento con la moglie Gloria, una ragazza eterea e un po’ svampita che gli ha dato un figlio e che forse un tempo è stata innamorata del cognato Román, un uomo affascinante e crudele, un musicista che vive immerso nello sciupio del proprio talento e che si diverte a manipolare le vite degli abitanti di quella casa marcescente. Completano il ben poco idilliaco quadretto una domestica ripugnante, un gatto moribondo, un cane viziato. Sarà qui, nell’appartamento di calle di Aribau, che Andrea passerà un anno della sua vita, un anno fatto di fame, vestiti lisi e piccole umiliazioni, litigi, ingiurie, segreti. E, inevitabilmente, di morte. Ma anche di nuovi amici, del primo bacio (sbagliato), della vita che malgrado tutto pulsa, turgida, perché è naturale che sia così a diciotto anni, quando le possibilità sono così tante che danno le vertigini...
Poetico e insieme profondamente realista, malinconico, profondo come l’anima che scandaglia, Nada, pubblicato nel 1945 da una Carmen Laforet poco più che ventenne, è uno di quei romanzi da cui è difficile non lasciarsi toccare – non solo dalle vicende dei protagonisti, ma prima ancora da una grazia stilistica che trasforma le parole in colori e odori, in vibrazioni di pelle e di cuore (chapeau alla traduttrice, naturalmente). Una preziosa scoperta.

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