Napoli ore 11

Napoli ore 11

Nicola è incazzato con il mondo, con la madre che non è mai riuscita a prendere una decisione seria, con la sorellina che entra di nascosto in camera sua - il suo regno proibito - e tocca tutto. Nicola è incazzato perchè il padre è andato via di casa senza dare un motivo, senza spiegargli il perché e ora non vuole saperne un cazzo dei suoi figli. Per l’uomo , Nicola ha la stessa importanza di  un sacchetto dell’immondizia lasciato in strada. Così il ragazzino sale sul terrazzo e fuma di nascosto, maltrattando e torturando una bambola di plastica dimenticata da qualcuno anni fa... Un ragazzo si schianta col suo motorino mentre trasporta una statua di legno di Gesù Cristo: la gente del quartiere che assiste all’incidente non sa cosa pensare, nessuno riesce a muoversi, il sacro che si mischia con il profano. Nessuno sa che quel ragazzo in realtà è l’artista che ha scolpito quella statua dal legno nudo. Quella e altre statue che adornano le chiese di tutta la città. Nessuno sa che quel ragazzo ha un dono, che dà lezioni private agli studenti, e talvolta anche a qualche professore, dell’Accademia delle belle arti. Ma lo scultore è stufo di creare solo santi e madonne, e forse la caduta dal motorino con la conseguente distruzione della statua non è stato un vero incidente... Mario cammina sempre a testa bassa, cerca di farsi vedere il meno possibile in giro e non riesce a conquistare nessuna ragazzina, tutta colpa di quella fottuta cicatrice che parte dall’occhio e arriva alla bocca, tutta colpa di quei fuochi di artificio sparati con incoscienza qualche anno fa. Mario paga le conseguenze di un gioco stupido, un qualcosa che poteva benissimo evitare. Ma in suo aiuto c’è la nuova e dilagante moda EMO, così si trucca, si licia i capelli coprendosi in questo modo l’occhio brutalizzato, può andare ad una festa e mischiarsi ai suoi coetanei, ai suoi compagni di classe che vedendolo truccato in quel modo finalmente lo accettano...

Napoli alle undici di mattina è un melting pot di vite differenti, di culture diverse. I vicoli della città sono pieni di sfaticati e lavoratori, studenti e casalinghe, di immigrati clandestini che vendono cianfrusaglie, di scippatori e di sacchetti della mondezza che il caro premier non ha fatto ancora sparire. Tutto questo viene osservato dal terrazzino di una casa del centro storico nella quale la nostra autrice, Giusi Marchetta, convive con altre ragazze. La città e i suoi problemi sono il sale di questi racconti, fanno capolino qua e là: davvero un esperimento interessante, se il tutto non venisse raccontato con tono troppo disinteressato, con una noia pacata che non suscita molte emozioni. Ci si sarebbe aspettati istantanee vere e brucianti, e non qualche descrizione edulcorata di strade e palazzi. "Finalista al premio Campiello giovani, vincitrice del premio Calvino, scrive per Linus e la Repubblica" da un curriculum come quello della Marchetta avrei preteso di più, avrei preteso sangue e gioia, forza e dolore. Invece i racconti sono smorzati, forse per fretta, e terminano in modo brusco, senza giungere a un vero e proprio epilogo. I personaggi vengono subito dimenticati, manca il pathos, le loro storie ci scivolano addosso come pioggia invernale. Napoli non viene affrontata con grinta, non viene raccontata o spiegata - ed è un vero peccato, perché credo che l’intento della scrittrice invece fosse proprio quello.

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