Napolislam

Napolislam

Ciro è napoletano, ha vent’anni e gli occhi cerulei. Subisce, come tanti suoi coetanei ancora oggi, il fascino del talento di Diego Armando Maradona. Una passione irrefrenabile, che lo porta fin dentro ad una libreria della metropoli partenopea per comprare una biografia del Pibe de oro. Scorre avidamente con gli occhi gli scaffali, ma il suo sguardo si poggia fisso su una copia del Corano. A quel punto, una voce interiore lo invita a ghermire quel libro e ad andarsene… Salvatore è napoletano, il suo volto rivela una scritta con caratteri orientali, ben visibilmente tatuata all’altezza dello zigomo sinistro. Quando si parla s’infervora, soprattutto quando propugna con convinzione che il vero musulmano è quello che s’inchina solamente davanti a Dio e che l’Italia, insieme a qualsiasi altro posto del mondo, dovrebbe essere governata dalla Sharia, quindi finalmente liberata dal giogo del potere corrotto e mafioso, causa indiscussa della miseria e della fame… La famiglia Lauri è napoletana e non si è mai convertita all’Islam. Gestisce una pasticceria nella quale accanto ai tradizionali babà, sciù e sfogliatelle, compaiono i dolci della tradizione culinaria algerina: bawhalawa, tartes, millefueille, basbusa, baguette, qual bel luz. Alla cassa, la signora Lauri con risponde con “grazie”, bensì con “shukran”, dopo aver servito la clientela…

Tratto dal premiato e omonimo film-documentario, Napolismam del giornalista e traduttore dall’arabo Ernesto Pagano è qualcosa di più di un pugno nello stomaco, perché scuote come un colpo di pistola (o di scimitarra), immortalando un quadro della odierna società partenopea davvero sconvolgente per quanti ancora ritengano Napoli inguaribilmente impregnata di sanfedismo diffuso. Siamo di fronte al ritratto inesorabile di una città che inizia a scorgere nell’Islam non solo una proposta spirituale, ma anche una dimensione comunitaria capace di arginare il malcostume atavico. Un sfondo irrinunciabile per quanti possano stentare a comprendere, ad esempio curiosi crescenti fenomeni di islamizzazione del look degli stessi giovani camorristi. Una testimonianza che culmina nella riflessione sui modelli d’integrazione che Napoli può suggerire al mondo, evitando sapientemente le tentazioni dell’oleografismo consolatorio di Così parlò Bellavista, fedele al contrario alle tinte forti del problematico stridore delle coabitazioni forzate. Si chiude il libro e l’impressione è quella che l’interludio-nenia di un pezzo come Senza giacca e cravatta di Nino D’Angelo sia cantato certamente in un napoletano che ci ricorda che Damasco e Il Cairo, alla fine, non sono poi così lontane dal golfo.

 

 

 

 
 
 
 

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