Natural woman

Natural woman

Arianna si sveglia, ancora frastornata e disorientata, dopo una festa di compleanno durata tre giorni e con 150 persone nella casa che è il cuore dell’azienda con il suo nome, dove sono nati i suoi vini, il Frappato, l’Sp68 e tutti gli altri. Ha ancora addosso il vestito acquistato due giorni prima a Catania, color rosso melograno con carretti siciliani dorati e limoni gialli. È il suo primo vestito dopo anni di tute da lavoro e jeans, una nuova pelle che intimorisce chi la indossa e che torna con la memoria al punto cruciale della sua esistenza, quel punto da cui la vita ha preso il corso “suo”. Tutto accade quanto l’amato zio Giusto le chiede di accompagnarlo al Vinitaly. Pochi anni dopo, ancora lo zio le chiede quali studi farà all’Università, dopo il liceo. Arianna sceglierà di andare a studiare a Milano, Enologia. E da qui, dal centro della Lombardia, inizierà il percorso di ritrovamento dell’identità ‘iblea’ di Arianna, di quel profilo d’anima profondo che coincide col profilo dei rilievi che si intravvedono dalle campagne di pedalino e Vittoria, nel Ragusano, guardando verso Chiaramonte Gulfi e le strade del cerasuolo. Arianna, confortata dai successi negli studi, tornerà a Vittoria ad abitare nel suo “baglio” a piano terra per meglio aderire al terreno, prenderà un mutuo per acquistare il suo primo ettaro di terra, piantarvi una vigna, produrre i primi vini. E sono vini naturali, “umani”, come il suo rapporto intenso con la terra che coltiva con le sue mani di donna: una terra non acquistata dagli avi, ma presa in prestito ai figli. Una terra, arsa ma generosa, coperta da grandi alberi di carrubo e ornata da splendidi muretti a secco, che riceve cure e amore per restituire doni liquidamente squisiti e colorati. Frappato, Cerasuolo, Siccagno sono nomi che ormai conoscono tutti: nomi nati dall’amore di una donna per la sua terra, accudita e custodita come fosse un figlio che restituisce, in cambio, il meglio di sé. Con questa filosofia di rispetto ed amore per la terra, Arianna conquisterà palcoscenici mondiali nel mondo del vino e finirà su patinate riviste americane con l’epiteto di “Natural Woman”…

Potrebbe essere definito come un’autobiografia, questo libro, ma in realtà è invece un inno: un inno d’amore verso la terra, verso il proprio lavoro, verso le proprie radici. Il triangolo di terra ragusana che si stende ai piedi degli Iblei e che viene delimitato da Comiso, Vittoria e Chiaramonte Gulfi è l’oggetto di questo inno. Una terra speciale, brusca e brulla in apparenza quanto orgogliosamente generosa nella sostanza: con uno sguardo al mare, poco distante tra Scoglitti e Macconi, tra profumi di zàgara e salmastro, colori vividi di terre brune e il verde quasi fosforescente di vigneti a perdita d’occhio. In questo libro, il vino di cui si parla, prodotto dall’azienda agricola Occhipinti, è quasi un personaggio secondario ma importantissimo, che traspare appena ma al tempo stesso impone la sua presenza attraverso le descrizioni di terre, profumi, colori, voci e silenzi di persone. E tutte queste cose insieme fanno dell’autobiografia di Arianna Occhipinti una sorta di dolcissima elegia dei luoghi, mitografia commovente e ineguagliabile di un lembo di terra e degli uomini che la abitano, che si imparano ad amare anche solo attraverso la scrittura – sapientissima ‒ che li dipinge. Non solo un libro, dunque, ma un suono, un profumo, un sapore divino.



 

 

 

 
 
 
 

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