Nel Blue

Nel Blue

Il Blue non è solo un bar. Posto all’angolo di un antico palazzo del paese, tra un vicolo buio e il corso centrale, rappresenta il luogo dove si può sempre trovare qualcuno, quando la sera non si sa dove andare. I titolari, Nico e Adriano, si dividono i compiti tra drink e cucina. Non manca mai la musica e nei fine settimana la musica dal vivo. Celestino e Leonardo sono due ospiti fissi, come è fisso il loro “percorso” al bar: gin tonic, birra e commenti sui ragazzi più carini. Il Blue-bar, negli anni, ha cambiato un po’ anche il suo aspetto, ora è un ambiente più sobrio, pur se non mancano i riferimenti alla musica e i poster alla pareti e quegli osceni posacenere fatti con scatolette vuote di tonno. Celestino ha sessant’anni e di mestiere ripara orologi in casa, mentre Leonardo ne ha quasi settanta ed è un giornalista in pensione. Sono completamente diversi tra loro, negli anni la loro profonda amicizia non li ha avvicinati in niente. Celestino continua a guardare i ragazzini, quelli che chiama i suoi “angeli”: quattro mosse aggraziate, qualche passo di danza, una canottiera e ci lasciava gli occhi, innamorandosi in meno di un minuto. Leonardo mostra disinteresse, per il giovanottino e per le acrobazie dell’amico. I suoi pensieri sono profondi. Taciturno, riflessivo, malinconico, pensa all’amore, quello vero, con la A maiuscola che alla fine rappresenta anche la felicità, l’amore che è dare e darsi, senza aspettare niente in cambio. Ma a questa conclusione c’è arrivato in quella che considera l’ultima stagione della sua vita, quella invernale, del declino...

Ci sono due elementi molto forti che contraddistinguono questo romanzo: il primo è il senso di malinconia diffusa che pervade tutta la storia, una malinconia che a tratti è anche molto dolce, ma che di sicuro è vissuta diversamente dai due protagonisti, uno più portato al pensiero, alla riflessione, al porsi domande in cerca di risposte, l’altro che invece le domande le evita proprio, per evitarsi conclusioni dolorose. E poi c’è la musica, altro elemento fondamentale anche per lo stesso Andreucci. Tanta, tantissima musica al punto che ne sono intrisi i capitoli, i quali, invece di essere numerati, sono contrassegnati con titoli di canzoni, italiane e straniere, di ogni epoca, pop, rock, soul, la scuola genovese dei cantautori e Sanremo... E sono titoli mai scelti a caso, perché ciascuno conferisce un’impronta specifica agli eventi narrati in quel capitolo. A far da sfondo, non certo inanimato, la vita di due omosessuali di una certa età che affrontano la propria esistenza in modo diverso, che cercano l’amore eterno (Leonardo) o si accontentano “di quel che passa il convento”, duri quel che duri (Celestino). È triste, ma al contempo anche molto tenero, quell’osservare, da un tavolino del bar, la vita che scorre lungo il corso del paese, la gente che passa, i ragazzi che crescono, le coppie, le storie, gli avvenimenti, mentre i due protagonisti se la sentono passare tra le mani, la propria vita, tra ricordi e ritornelli di ciò che in fondo hanno amato di più.



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