Nel mirino

Le sagome che si muovono dentro al mirino hanno tutte abiti militari, la barba lunga, gli occhi iniettati di sangue. Si muovono furtive fra le rovine della città, si accucciano dietro a un muro sbrecciato, corrono per attraversare la strada, saltano da un palazzo all’altro. Poi, fatalmente, inconsapevolmente, compiono un errore: si fermano per un secondo in più al centro del mirino. E cadono. Stecchiti all’istante. Forse solo il fischio fulmineo del proiettile preannuncia alla vittima il suo destino. Nella guerra che si combatte - è la fine del 2014, l’inizio del 2015 - per la liberazione di Kobane occupata al cosiddetto Stato Islamico, i cecchini giocano un ruolo fondamentale. La battaglia si muove strada per strada, stanza per stanza, lungo i corridoi di uno stesso edificio. Un cecchino abile e ben appostato può far fuori un intero battaglione, senza essere visto. Azad è nella squadra dei cecchini. Il primo miliziano dell’ISIS colpito da un suo proiettile gli tormenta i sogni per diverse notti. Il secondo è come un’ombra nei suoi pensieri. Il terzo gli occupa qualche ora di travaglio interiore. Dal quarto in poi sono solo anelli di un abaco che tiene il macabro conto: i cadaveri che servono fino a vedere Kobane liberata dai tagliagole dell’ISIS. Kobane riconquistata alla rivoluzione. La strada che conduce Azad ad appostarsi, come un ragno, dietro un buco del muro aspettando paziente che una vittima attraversi il suo mirino, parte da lontano, dalle montagne del Kurdistan iraniano. Passa per la migrazione verso l’Europa, verso il Regno Unito, dove fra i compatrioti curdi scopre il pensiero libertario del leader curdo Abdullah Öcalan, e finalmente arriva in Siria in quel pezzo di Kurdistan occidentale chiamato Rojava, dove un esercito di volontari, spinti dal sogno di una società democratica, inclusiva, egualitaria ed ecologica, lotta per liberare le proprie terre dal velo nero e oscurantista dell’ISIS.

Nel mirino è un libro che giunge, a qualche anno di distanza, a rinfrescare un’epica contemporanea che già si va in qualche modo annebbiando e offuscando. L’epica dei curdi e delle curde che a Kobane hanno resistito all’avanzata dello Stato Islamico, segnando la prima vera sconfitta di quest’organizzazione terroristica. Da Kobane in poi, i curdi hanno ricacciato verso il deserto siriano i tagliagole dell’ISIS, liberando villaggio dopo villaggio, fino alla capitale dello Stato Islamico: Raqqa, liberata nel 2017. In Italia abbiamo già avuto diverse pubblicazioni simili: penso a Nessuna Resa di Claudio Locatelli, a Hevalen di Davide Grasso, ma soprattutto ai libri di Karim Franceschi che qui, in Nel mirino, appare fugacemente fra i volontari stranieri incrociati dal protagonista nei giorni della liberazione di Kobane. Il combattente di Franceschi e questo Nel mirino del curdo anglo-iraniano Azad Cudi raccontano esattamente la stessa liberazione, la stessa battaglia, a volte gli stessi protagonisti, per cui possono profittevolmente essere letti insieme. Entrambi hanno in effetti lo stesso spirito: sono focalizzati per lo più sulle azioni militari, sugli assalti, le tattiche, sui corpi maciullati, sulle fatiche estenuanti. Fra le righe si muove la polvere delle macerie, il sangue rappreso sugli stivali, il puzzo della putrefazione delle carcasse. Rimangono sullo sfondo, ma sono ben presenti, le motivazioni etico-politiche che hanno spinto giovani curdi e volontari internazionali a difendere una cittadina apparentemente insignificante, ma assurta a luogo simbolico di una narrazione libertaria, democratica e socialista per il Medio Oriente. Nello scontro con lo Stato Islamico i curdi hanno sacrificato più di 11.000 ragazzi e ragazze. Ma dal 2018 il loro progetto democratico è sotto attacco da parte della Turchia; noi alleati occidentali li abbiamo ormai da tempo abbandonati a loro stessi; la Russia e il regime siriano hanno buon gioco a piegare a loro favore le conquiste del Rojava ai danni dell’ISIS. Azad Cudi ci riporta al momento in cui il sogno del Rojava ha conquistato l’immaginario mondiale. La sua lettura forse ci aiuta a riaccendere l’attenzione su quello spazio di libertà politica chiamato Rojava che rischia di scomparire, stretto fra Erdoğan, Assad e la nostra indifferenza.

 


 

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