Nel muro

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Un uomo acquista il rudere di quella che un tempo è stata una baita di montagna. Il venditore è un vecchio scontroso e di poche parole, sembra un barbagianni ed è un lontano parente degli ultimi proprietari del bene. Non parla volentieri di quella sua proprietà in alta montagna e quando l’acquirente gli si presenta davanti, desideroso di approfondire il discorso sul circondario, fa un cenno di stizza con la mano, come a scacciare un ricordo, fastidioso come una mosca, che gli sovviene improvvisamente nella memoria. L’uomo è spinto dal desiderio di mollare tutto e crearsi un rifugio dove morire in pace. Desidera stare distante dagli altri uomini. La baita non è altro che un ammasso di legname corroso dal tempo con al centro un grande acero che d’autunno rosseggia come una fiamma in mezzo ad un focolare fatto di rovine. Una parete alta quattro metri divide la stalla da uno spazio che forse al tempo era utilizzato come cucina. Quella parete è l’unica a mantenersi in buono stato. All’uomo appare ritta come una sentinella dimenticata. In cima al muro c’è un nido di un uccello codirosso. L’uomo ricorda che quella baita lo attirava anche da bambino, attorno ai muri in rovina si radunavano gli uccelli a cantare e d’inverno, sepolta sotto la neve, quella sagoma sembrava avere un mistero da raccontare…

Mauro Corona dà vita ad un lungo diario intimo, tra le righe de Il muro, e della confessione lo scritto presenta tutte le caratteristiche. Balza agli occhi del lettore il tono intenso e a tratti rabbioso della scrittura, che non concede alcuno spazio alle pause ed alla riflessione. Il flusso di coscienza del protagonista che con veemenza e impetuosità l’autore rappresenta tra le pagine non è altro che il compimento di una evidente scelta narrativa ed etica: dimostrare l’orrore e la bestialità della violenza di genere. Così ad essere descritto è un individuo misogino, un artista sofferente della sua stessa perversione e vittima del meccanismo, ben conosciuto in psicologia, della cosiddetta “coazione a ripetere”, in virtù della quale i figli ripetono la violenza alla quale sono stati abituati ad assistere in famiglia. Certo la lettura appare spesso difficile, il noir trascolora nell’horror e non mancano i toni raccapriccianti, e tuttavia l’originalità e il pregio dell’opera si colgono proprio nel doloroso contrappasso con il quale l’autore descrive il maschio, “bestia feroce” che non essendo capace di redimersi decide di annullare sé stesso per evitare di replicare quello che in passato è accaduto ai propri avi, generazione dopo generazione. Anche gli elementi naturali, che solitamente negli scritti di Corona presentano toni elegiaci, appaiono in questo libro coerenti con la trama e pertanto ‒ partecipando alle vicende del protagonista ‒ contribuiscono a determinare un’atmosfera livida e inquietante. L’ultimo elemento non trascurabile nella comprensione del romanzo sono le note biografiche dell’autore, disseminate e trasfigurate qua e là nelle pagine, che rendono Mauro Corona personaggio umanissimo e fragile, svincolandolo una volta per tutte dagli sberleffi mediante i quali è costretto di questi tempi ad esprimere sé stesso in una nota trasmissione televisiva serale. In questo libro è lo scrittore a scegliere consapevolmente le parole più adatte a descrivere esperienze personali dolorose e ‒ segno di grande maturità artistica e umana ‒ a condividerle pubblicamente con i lettori, in uno scambio che è al tempo stesso narrazione di eventi e letteratura di impegno civile.



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