Nel regno di Acilia

Nel regno di Acilia

Anni Cinquanta. A diciotto chilometri da Roma, la borgata di Acilia è una landa abbandonata a sé stessa, vera e propria terra di nessuno in cui convivono baracche, case abusive, marane e paludi. È qui che sorge il villaggio San Francesco, i cui abitanti cercano in tutti i modi di sopravvivere alla povertà e alla fame, quella vera. Ed è qui che crescono quattro ragazzini; imparano presto a vivere, sin dal primo giorno di scuola elementare con il maestro Finelli. C’è Giuseppe Ripanucci, che ha il padre in galera, la madre prostituta e una sorella che fa girare la testa a tutti e che a causa dei suoi modi dolci e gentili viene chiamata la Francesina. Ma nessuno lo chiama con il suo nome. Ad Acilia nessuno è conosciuto col nome di battesimo ma ognuno si porta dietro un appellativo che gli viene affibbiato. Così, per tutti, Giuseppe è il Sorcio. Poi c’è Achille Staglierini, per tutti semplicemente Achille, quello con più “pezze ar culo” di tutti quanti. Non ha i genitori, non li ha mai conosciuti, e vive con la nonna che fa la strozzina. Luigi Crecca, il Polmone: magro, gracile, ha la faccia gialla e quando respira, a causa dell’asma, gli esce un fischio, “un soffio lungo fischiato come c’avesse dentro una porta che cigola”. Suo padre ha un posto fisso ed è quello che se la passa meglio di tutti. E poi c’è Mario Orlandini, l’ultimo a cui è stato dato un nome. Un giorno, mentre erano tutti a farsi il bagno alla marana, si è tuffato e ha iniziato a nuotare in modo strano. Da allora, per tutti è la Rana. Così, Sorcio, Achille, Rana e Polmone crescono insieme; vivono drammi comuni e familiari; conoscono il dolore della perdita e assistono allo scorrere difficoltoso della vita dei grandi. Fino a quando non s’imbattono in uno strano tipo che tutti chiamano il Catrame. È lui a svelar loro l’esistenza del Regno; un regno sotterraneo al quale si accede solo se si ha una storia. E tutto, per i quattro ragazzi, succede in una notte: la storia si compie all’insegna di un grosso pugnale. Solo dopo aver superato i propri limiti e prestato un giuramento, tutti e quattro avranno le chiavi del loro Regno…

Ci sono libri che lasciano un segno indelebile. Uno di questi è Nel Regno di Acilia di Marco Baliani, scrittore, regista, attore e drammaturgo, il quale costruisce una storia dai forti richiami al Pier Paolo Pasolini di Ragazzi di vita. Siamo negli anni Cinquanta: anni duri per l’Italia; anni in cui si soffre ancora una fame violenta, in cui i poveri sono affamati di tutto. Siamo ad Acilia: una borgata a pochi chilometri da Roma in cui il tempo sembra sospeso, immoto. Una Babele in cui sono confluiti profughi, sfollati, terremotati di tutta la penisola: un luogo in cui si sentono lingue e dialetti diversi. Ci sono i romagnoli che hanno contribuito alla bonifica avvenuta nel ventenni, i meridionali e i giuliano-dalmati. E poi ci sono quelli del villaggio San Francesco. È qui che crescono i quattro protagonisti del romanzo; qui iniziano ad affacciarsi ai piccoli e grandi drammi dell’esistenza. Conoscono la fame, la disperazione, l’allegria, la spensieratezza, l’amicizia, quella vera, il senso di rifiuto all’autorità rappresentata da una scuola che ricorre ancora alle punizioni corporali. Quella raccontata da Baliani è una storia di formazione. Attraverso gli occhi della Rana, che racconta i fatti in prima persona, l’autore ci immerge in un racconto in cui s’intrecciano drammi personali e collettivi, come quello della catastrofe di Marcinelle conosciuto attraverso la radio del bar del paese. Vi è un universo nel romanzo di Baliani: un insieme di microtrame che costituiscono un tessuto omogeneo, una testimonianza che sfiora i dettami del neorealismo, superandolo, giungendo ai confini del realismo magico. E lo fa attraverso la potenza di un linguaggio espressionistico che si nutre di dialetti, di idiomi, di modi di dire, di soprannomi. Così, Nel Regno di Acilia, scritto nei primissimi anni del ventunesimo secolo, rivela tutta la sua forza, la sua contraddizione; sorprende, aliena, colpisce, mostrandosi a tutti gli effetti un romanzo novecentesco. D’altri tempi.



 

 

 

 
 
 
 

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