Nel sonno non siamo profughi

Nel sonno non siamo profughi
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Il calidor della casa di Paul, a Mana, in Bessarabia, è l'ombelico del mondo. Il calidor è molto più di una semplice veranda, è la stazione dove transitano i sentieri della fuga, le vie degli esuli, i corridoi della transumanza. Mana, da sempre abituata a rinascere dalle ceneri di tutti gli incendi, a risollevarsi dai saccheggi dei popoli di passaggio: tatari, polacchi, lituani, svedesi, turchi, cosacchi, russi. Lì Paul sta nel calidor, e vede. Vede la paziente costruzione della scuola, edificata mattone su mattone dal papà maestro. Vede la mamma danzare, avvolta da quell'autoritaria dolcezza che possiedono solo le madri. I suoi occhi da bambino non prevedono che da lì a poco i bolscevichi avrebbero interrotto le danze, sottraendogli l'infanzia, deportando il padre. Paul resta nel calidor, e trema. Ha impresso ormai le proprie radici su quella veranda e col tronco e i rami tenuti per mano dalla madre, fugge, diventa profugo. Disperso nei boschi o su campi arati di granturco, trascina il peso della propria incolpevolezza, assapora il dolce veleno di una primavera metallica, quando le albicocche si fondono col piombo e i dolci fagotti materni diventano pesanti fardelli da trasportare. Cresce, Paul; impara ad amare; tutto quello che hanno cercato di privargli: la fanciullezza, il gioco, il papà, riemerge nella dignità di un popolo, in quel piccolo e dignitoso harem che continua ad essere, in qualsiasi radura, il calidor di Paul, l'osservatorio privilegiato dal quale percepire gli insensati accanimenti dei grandi. Il piccolo mondo, più giusto, nel quale addormentarsi...
Il linguaggio è spietato, appiccica etichette a cose e persone e lascia che queste fagocitino le cose e le persone stesse. Così, chi viene definito “profugo” è come se non avesse una storia alle spalle, un passato meritevole d'attenzione. Etimologicamente imprigionato nella propria etichetta, esiste solo in funzione del proprio fuggire (fug-ere) avanti ('ro). E quello che c'è dietro? Quello che c'è dietro è probabilmente il vissuto decisivo, quello che svela la dignità della persona, la cultura dei popoli oppressi. Lo sa bene Paul Goma, simbolo romeno della resistenza antisovietica, fermo oppositore al regime di Ceauşescu e, appunto, profugo. Nato a Mana, in Bessarabia (regione compresa tra i fiumi Prut, affluente di sinistra del Danubio nel suo corso inferiore, e il Nistro), ci racconta la propria infanzia in una terra contesa e lacerata. Nel sonno non siamo profughi (titolo originale Din calidor, "Dalla veranda") è l'autobiografia di una fuga. Un memoir complesso e intenso, dove famiglia, guerra, desiderio e storia si compenetrano senza retorica. Non adatto a lettori svogliati, lo stile spesso ruvido e impegnativo nasconde una commovente dolcezza: come l'amore assoluto per un nonno.

 

 

 
 
 
 
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