Nella balena

Nella balena

Cerro ha trentotto anni e se ne sente – e ne dimostra – almeno il doppio: usa da sempre i vestiti smessi di suo padre, Emilio, vive in una casa che sembra uscita dal diciannovesimo secolo ed è sempre troppo prudente, mai fuori dagli schemi. Ma perché è così “vecchio”? Perché Cerro è sempre stato padre, mai figlio. Sua madre è morta quando lui era ancora in fasce, lasciandolo alle cure di un padre assente, uno psichiatra illustre sempre pronto ad aiutare gli altri, ma mai il piccolo che gli camminava per casa. Invecchiando, Emilio ha iniziato a soffrire di una malattia che a volte gli fa dimenticare chi è, a volte lo rende inerme come un bambino o furioso come una bestia. Cerro non lo sa, ma Emilio ogni tanto parla da solo e pensa a due cose: Caterina, il suo amore perduto, e una balena. La balena è Goliath, è lunga 22 metri ed è, invece, l’amore di Herman, un ragazzo diventato uomo all’interno del circo nel quale ha vissuto tra fenomeni da baraccone, uomini pieni di forza e brutture. Ancora giovanissimo, decide che il tendone del circo gli sta stretto, che ha bisogno di un nuovo sogno per cui vivere ed è per puro caso che si imbatte in quel mostro marino meraviglioso, un vero e proprio museo ambulante che fa sognare grandi e piccini in tutta Europa. Herman fa di Goliath la sua ragione di vita, oltre che di guadagno, in un rapporto d’amore allo stesso tempo bellissimo e privo di senso. Due storie apparentemente lontane, anche geograficamente, ma in realtà quasi del tutto unite, che iniziano come due rette parallele per poi incrociarsi in un nodo inaspettato...

Leggere un libro di Alessandro Barbaglia significa scordarsi del mondo a cui siamo abituati e, citando il suo primo libro, riuscire a “vedere l’invisibile”. Mettere da parte il confine tra ordinario e straordinario e credere, come bambini, che tutto possa succedere, persino entrare nel corpo di una balena, imbottigliare l’alba o amare tramite post-it. Lo stile poetico dello scrittore è riconoscibilissimo, divertente a tratti, ma straziante quando si racconta la storia d’amore tra Caterina ed Emilio, il dolore della perdita e, ancor di più, il senso di vuoto provato da Cerro ogni qual volta suo padre si scorda di lui. Il lettore si ritroverà a percorrere un viaggio senza fine, che lo porterà prima a Novara e un attimo dopo in un circo nell’America degli anni del dopoguerra, intrattenendosi con due storie parallele che sembreranno non avere niente a che fare. Ma, con un po’ di pazienza, tutto si spiega, ed è lì che il cuore del lettore si scioglierà, per poi spezzarsi a metà. Barbaglia ha una dote: la poesia in prosa. Potrebbe scrivere un elenco della spesa e renderlo assurdo, ma non per questo meno credibile, crea immagini degne di un sonetto, il tutto con una penna e una naturalezza assolutamente invidiabile. Da ammirare anche il richiamo a Cortázar e alla sua Storia dei famas e dei cronopios nel punto in cui Emilio si crea dei piccoli manuali di istruzione per azioni quotidiane come leggere l’ora e salire le scale. In poche parole, un secondo romanzo che soddisfa le aspettative e che supera persino il fortunato esordio di un anno fa.



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