Nella casa del pianista

Nella casa del pianista
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Tre giorni prima di morire il pianista consegna allo scrittore dodici fogli strappati da un taccuino. Pagine scritte fitte, macchiate da schizzi di caffè, cerchi di bicchieri e bottiglie di vino, baffi di inchiostro e bruciacchiature di sigaretta. La grafia è minuta, precisa, a tratti febbrile ma ‒ a parte quando, in rare occasioni, le parole sembrano quasi essere nascoste dietro una confusa accozzaglia di lettere, come se fossero cespugli di rovi ‒ si riesce sempre a leggere bene. Non ci sono cancellature. Non esistono aggiunte. Le righe sono serrate, come nei manoscritti antichi, quando ancora non esisteva la stampa, per sfruttare ogni millimetro di carta. La consegna è accompagnata da due sole e semplici parole. Per dopo. È seduto sul divano. È una bella giornata. Il sole, con i suoi raggi, inonda il soggiorno della casa. Al momento riesce solamente a distinguere la luce dal buio e il rosso dal bianco. Il suo aspetto, stranamente, è bello. È giovane d’età, e oggi finalmente lo sembra. Ha un sorriso che gli increspa il volto e gli dà un’aria affabile. I capelli sono ricresciuti, a tal punto da riuscire a nascondere le orecchie a sventola. La pelle ha ritrovato il suo colorito naturale, giallo bronzeo, che gli dà un qualcosa di orientale. Si è rasato alla cieca, indossa pantaloni di flanella e il solito gilet a scacchi. Quello che mette sempre, che gli sta bene, con cui si sente a suo agio quando il pomeriggio riceve gli amici per il tè. È una abitudine russa a cui è affezionato: quando si arriva all’ora del tè non vuole mai trovarsi da solo. I dodici fogli sono custoditi con cura in una cartellina di plastica. Un vero e proprio plico, che il pianista fa scivolare sul tavolino basso verso lo scrittore. Poi il pianista si alza e lentamente si dirige verso il lato opposto della stanza, dove si trova il pianoforte a coda, uno Steinway del 1954. Curioso che lui e il suo pianoforte abbiano lo stesso anno di nascita. È uno strumento da concerto. Con un timbro pieno, sonoro. Non lo tocca da giorni. Lo scrittore scambia l’esitazione iniziale del brano per una incertezza del pianista. Lo scrittore non ha mai sentito eseguire al pianista il brano che sta ascoltando in quel preciso istante, eppure, naturalmente, il pianista non commette la benché minima imperfezione. Dopo le prime battute sussurrate il brano divampa, da scuro si fa stridente, da sommesso impetuoso. È così che il pianista suona, sempre. È questo il suo stile. Così esegue i brani al pianoforte. Almeno, quelli che conosce. Lo scrittore si sorprende di sé: un momento è lì che ascolta concentrato il pianista, un momento dopo sta scrutando con attenzione quei fogli che gli scorrono fra le mani, a cui i caratteri cirillici della scrittura conferiscono l’immagine spigolosa di un’incisione nel legno. Riportano sul margine sinistro delle date: è un diario, quello che risale alla primavera del 1976, quando il pianista si trova in un campo profughi in una vecchia abbazia dalla parti di Roma. È appena scappato dall’Unione Sovietica…

Pubblicato per la prima volta nel 2008, arrivato in Italia nel 2011 ed edito nuovamente nel nostro Paese, sempre da Iperborea, quattro anni dopo, Nella casa del pianista è un romanzo basato su fatti realmente accaduti come dice lo stesso autore, Jan Brokken, olandese che nella sua attività di scrittore, giornalista e grande appassionato e conoscitore di musica ha spesso affrontato il tratteggio e la descrizione di figure di primo piano in ambito letterario e artistico. Diviso in otto parti, il testo attinge direttamente ai ricordi dell’autore, che ha mantenuto il vero nome del suo protagonista, così come non ha modificato i diari e le lettere citati, esplicitando solo, al massimo, alcuni passaggi che sarebbero potuti altrimenti risultare oscuri: cambiano per riservatezza i nomi delle persone ancora viventi, eccezion fatta per quelle che hanno avuto un ruolo fondamentale nella vicenda narrata, quella di Youri Egorov, che quando il 30 gennaio del 1980 dà un concerto, interpretando Chopin, si rivela al mondo come astro nascente e virtuoso del pianoforte e a Brokken come il formidabile artista che sente esercitarsi ogni giorno attraverso la parete dell’appartamento confinante al suo. I temi trattati sono molteplici: è la storia di un pianista (Egorov, appunto), di un’amicizia (quella fra loro due), di un’epoca (il mondo è ancora diviso dalla cortina di ferro della guerra fredda, fra occidente liberale ed est sotto il giogo dell’URSS, e Amsterdam è una città che ricorda la San Francisco di Milk, trasgressiva, affascinante, in continuo fermento, dove il Sessantotto ha dato i suoi frutti), di una vita e di una fuga. Egorov infatti scappa da Kazan, dove è nato, per poter vivere come meglio crede, come meglio può, anche se l’insoddisfazione, la frustrazione, la fragilità gli faranno sempre tragicamente compagnia. È gay, e nell’URSS di quell’epoca il coming out significa internamento: nella capitale olandese non deve più guardarsi le spalle o vergognarsi per quel che è come nella sua comunque amatissima patria, cui guarda con straziante nostalgia, e si crea una sorta di nuova famiglia, un’allegra, tenera e coloratissima armata Brancaleone, in cui spicca Brouwer, architetto e compagno, che gli rimane accanto fino alla precocissima fine per AIDS a 33 anni. Il romanzo di Brokken è scritto in maniera molto intima, coinvolgente e cinematografica: la sua prosa è ricca, solida, precisa, dettagliata, lirica, ha una grande freschezza espressiva e uno stile cristallino e molto facile da leggere. Ma il pregio maggiore del romanzo, che non è la banale trasposizione un po’ infiocchettata di una storia vera, risiede proprio nella sua autenticità, nel suo voler essere omaggio, tributo e monumento. È vibrante perché c’è dentro il cuore, e leggendolo si diventa immediatamente partecipi, emozionati, commossi, dal dolore per la fine immatura di una vita castrata da un destino di emarginazione che avrebbe potuto ancora regalare invece al mondo tanta bellezza.



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