Nella perfida terra di Dio

Rocca Bardata. Dalla catapecchia diroccata e fatiscente sperduta tra le aride e desolate campagne pugliesi spuntano sotto la luce arancione del tramonto Gimmo e suo fratellino Michele. Gimmo imbraccia una doppietta da caccia. Osserva incuriosito il vecchio pick-up che avanza ballonzolando verso di loro trascinandosi appresso una nube di fumo e cattivi pensieri. Sono solo tre giorni che loro nonno mbà Nuzzo ha tirato le cuoia e loro due sono rimasti soli, affidati alle cure non proprio disinteressate di suor Caterina e della badessa Nacissa. E solo quando l’uomo scende dal Volkswagen e con gesto fulmineo disarma Gimmo dicendogli che da quel momento è bene se si convincono loro e tutti quanti che Tore Della Cucchiara è tornato a casa sua, che il ragazzino riconosce suo padre, scomparso anni addietro e sulla cui latitanza tanto in paese s’è chiacchierato. Lo stesso concetto l’uomo ha cura di ribadirlo a suor Caterina, venuta di buonora la mattina seguente per portare qualcosa da mangiare ai due ragazzini. Tore urla anche a lei di stare alla larga da quel momento in poi da quella proprietà e che non vuol più vedere nessuno, tanto meno lei e la sua superiora. La notizia in un lampo raggiunge neanche a dirlo anche Carmine detto Capumalata, il boss locale, il quale preoccupato si fionda dalla badessa Nacissa per comunicarle che è pronto a farlo fuori a quell’avanzo di galera, se solo crede di poter mettere le mani sul terreno di mbà Nuzzo. Ma la religiosa prontamente lo tranquillizza. Tutti in paese hanno visto l’impegno e la dedizione che le Sorelle del Martirio hanno profuso sia nei confronti del vecchio santone che dei suoi nipoti e che il vecchio Nuzzo l’aveva personalmente più volte rassicurata sul fatto che alla fine dei suoi giorni avrebbe lasciato tutto a lei…

Se qualcuno mai nel passaggio alla prestigiosissima Adelphi avesse temuto di vedere Omar Di Monopoli smettere i camperos in favore dello smoking, può certamente dormire sonni tranquilli. Lo scrittore salentino infatti non solo non rinuncia affatto al suo marchio di fabbrica, quel “western pugliese” cifra stilistica riconoscibilissima e personalissima che lo contraddistingue e lo caratterizza rendendolo unico nel panorama del noir nostrano, ma se possibile rilancia e affina le sue armi. Quel misto di alto e basso, di dialetto impastato con una raffinatissima ricerca del suono, della musicalità, del termine appropriato, del neologismo che rende i suoi romanzi degli unicum, in quest’ultimo Nella perfida terra di Dio raggiunge vette da autore internazionale. Un western non solo più pugliese insomma, ma capace di trascendere i confini regionali e persino nazionali. Perché la sua Puglia immaginaria, che pure c’è ed è ben riconoscibile, diviene un non luogo valido per tutti i sud del mondo. La sua immaginaria Rocca Bardata, a sua volta personaggio devastato e arso come e più dei suoi degradati e dannati protagonisti, richiama ed evoca certe Americhe lontane ed immaginifiche lette o ammirate sul grande schermo. Tutto è ruggine e sabbia nel suo romanzo, a partire dall’incipit, dove vediamo comparire su un pick-up diroccato la figura di Tore, scomparso anni addietro e ripiombato in paese alla morte del suocero con l’intenzione di riappropriarsi della sua vita, del suo onore, di quelle verità che quella terra avvelenata e dimenticata da Dio ha nascosto e taciuto per troppo tempo. A fargli da contraltare in un alternarsi di flashback tra prima e dopo una selva di personaggi costruiti e diretti magistralmente da Di Monopoli, capaci di prenderti per le budella e trascinarti ognuno nel proprio personale inferno, un inferno in cui non c’è speranza alcuna, dove misticismo, superstizione, rabbia e violenza si impastano alla polvere, all’aridità aspra di una terra infestata e maledetta dove sembra impossibile ogni qualsivoglia idea di redenzione o perdono.



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