Nema problema!

Nema problema!
Che cosa resta dell’ex Jugoslavia all’alba del duemila? Una serie di piccoli Stati e tante macerie, materiali e spirituali, prodotte da una guerra devastante e fuori controllo. In questa terra segnata da ferite immedicabili e da crisi identitarie, percorsa da nazionalismi feroci e voglia di riscatto, si aggira Eric Gobetti. La sua prima volta nel paese un tempo socialista è nel 2000, a Belgrado, da turista vacanziero, non immaginando che quel viaggio fatto per “il gusto di andare senza sapere dove” sarebbe stato l’inizio di un lungo peregrinare per i Balcani. L’attirano la storia di quei popoli, le guerre che hanno vissuto nel ‘900, i rapporti per niente facili con l’Italia fascista. Passa intere giornate a fare ricerche tra archivi e biblioteche, ma ciò che più gli piace è il contatto diretto, caldo, con la gente che gli rivela l’autentico sentimento jugoslavo. È attraverso le persone che impara a conoscere il paese reale, la sua cultura, le sue aspirazioni, gli angoli bui dell’orgoglio etnico. Si sposta incessantemente dalla Serbia alla Croazia, dalla Bosnia al Montenegro con ogni mezzo possibile, auto, pullman o treno, senza disdegnare l’autostop, dormendo dove capita. A Belgrado si sente come a casa, si lascia andare all’indolenza serba, fatta di chiacchiere e di bevute di grappa e birra al bar, ma non è così dovunque. Gli orrori della guerra si materializzano in tutto il loro dolore a Srebrenica, mentre l’ospitalità slava sembra terminare appena messo piede in Croazia…
La Jugoslavia è un paese strano – dice Eric Gobetti – “dove si fa festa e si uccide con la stessa naturalezza”. La stranezza è talmente diffusa da passare come normalità: si manifesta contro l’arresto di Milošević poi però a nessuno interessa della sua sorte, se sono evidenti i disastri del titoismo si continua comunque a giustificarli tenacemente. La stranezza finisce per confondersi con il kitsch: a Mostar si erige una statua in bronzo in onore di Bruce Lee, i locali fanno mostra dei loro nomi italiani perché l’Italia va di moda, non c’è piazza priva del proprio monumento celebrativo (per quale vittoria, verrebbe da chiedersi), stupisce la strabiliante somiglianza delle tombe di Arkan e Tudjman, due che in vita non si potevano annusare il fiato. Nema problema! è un diario privato, intimo, carico di significative valenze politiche. Eric Gobetti racconta i suoi dieci anni di vagabondaggio in terra jugoslava uscendo dai canali della storia ufficiale così come dell’informazione mediatica. Gli interessa dare uno spaccato della quotidianità delle nuove società slave nate dalle ceneri del vecchio Stato socialista. Un approccio umanistico, caratterizzato da incontri con gente comune, dal giovane disoccupato al militante cetnico, dal vecchio partigiano al nazionalista convinto, dall’ex soldato alla vittima di guerra. Scavando nelle loro profondità cerca di capire (se si può capire) il perché di un conflitto sanguinoso che ha cambiato per sempre il presente. Con acutezza realizza che alla base del disfacimento della Jugoslavia non vi è solo il fallimento del comunismo, vi è uno scontro generazionale tra i figli ormai americanizzati e i loro padri inerti socialisti d’antan. La Jugoslavia odierna nella lettura sociologica di Gobetti appare un variegato villaggio globale, una sorta di non luogo che vuole uniformarsi al consumismo postmoderno dell’Occidente. Ai giovani non interessano più le ideologie né la democrazia o i diritti umani, vogliono avere solo denaro, vestiti firmati e auto lussuose. Lo sguardo dello storico torinese è penetrante e corrosivo, mai scontato. Sa cogliere con ironia le diverse pieghe dell’anima balcanica, senza dimenticare la serietà di una tragedia che l’ha sconvolta irrimediabilmente.

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