Nemesis

Nemesis

9 novembre 2011. Qualche ora prima di mezzanotte. Tra la fitta vegetazione della foresta atlantica sbuca una Toyota Corolla scura. Si sta inerpicando sulla collina che porta dritto a Rocinha, la più grande favela di tutto il Brasile. Un’auto di quel tenore e lusso da quelle parti non si è certamente mai vista. I tre uomini in giacca e cravatta sono avvocati, sono tutti ben vestiti e scrutano sicuri la strada polverosa davanti a loro. L’autista sembra il più vecchio. Avrà una sessantina d’anni. Il tipo accanto a lui tenta disperatamente di raggiungere qualcuno telefonicamente ma non c’è praticamente campo in quella zona. Dopo una serie di curve e stradine sterrate in quel tratto di terra di nessuno che separa Rocinha dalle elegantissime ville di uno dei quartieri più lussuosi di Rio, da una viuzza nascosta sbuca improvvisamente un uomo che brandendo una semiautomatica intima all’auto di fermarsi. Ha indosso la divisa della Polizia militare. Ai tre avvocati non resta che scendere. Inizia una lunga contrattazione tra il tenente della Polizia militare ed uno dei tre avvocati. Motivo del contendere, l’ispezione del baule dell’auto che i militari chiedono di aprire e che l’avvocato ‒ essendo anche console onorario della Repubblica democratica del Congo ‒ pretende di lasciare chiuso essendo coperto dall’immunità diplomatica. Nel frattempo sono da poco passate le ventitré e finalmente l’uomo al telefono riesce a prendere la linea iniziando una concitata telefonata. Dall’altro lato dell’apparecchio c’è l’ispettore della Polizia civile che subito informa il suo superiore ‒ nientemeno che il segretario per la Sicurezza pubblica, capo non solo di tutte le forze di polizia ma dell’intero stato di Rio de Janeiro ‒ ottenendo il via libera per intervenire. Nel contempo i tre avvocati si son fatti convincere a risalire in macchina e seguire i militari fino alla più vicina stazione di polizia. Ma come da accordi su di loro piombano le forze della Polizia civile e inizia una forsennata discussione sul chi si debba definitivamente occupare di quello scottante caso mentre si sono alzati in cielo gli elicotteri della Polizia civile e dell’emittente televisiva “O Globo”. Alla fine tra le urla, l’adrenalina e persino le minacce armi in pugno tra i due gruppi di gendarmeria, viene intimato ai tre avvocati di rivelare il contenuto del baule della Corolla. Il baule viene così aperto e dall’interno spunta un uomo allampanato, con la camicia a righe bianche e blu e i riccioli al vento. Si tratta di Antônio Francisco Bonfim Lopes, da tutti conosciuto semplicemente come Nem, il più grande boss del narcotraffico brasiliano...

Misha Glenny è un giornalista d’inchiesta che è stato corrispondente sia per il “Guardian” che per la BBC, raccontando il crollo del comunismo e il conflitto nell’ex Jugoslavia, oltre che acclamato autore di quattro saggi. In questo suo ultimo lavoro ci racconta sotto forma di romanzo l’ascesa e la caduta di uno dei più grossi boss del narcotraffico brasiliano. Quel Nem che a differenza dei sanguinari colleghi Escobar o El Chapo Guzman, ha sposato la causa criminale solo grazie ad un debito fatto per curare una rara malattia che aveva colpito la sua figlioletta. E Glenny ci racconta l’uomo politico infatti più che il criminale, perché negli anni Lopes per la sua gente è stato soprattutto questo, e lo fa sviscerando quello che in dieci faccia a faccia fatti in carcere per due anni è riuscito a carpire da quell’uomo incredibilmente affascinante. Nem è infatti sì un criminale, ma come al solito in queste storie borderline è complicato separare nettamene bene e male. Una linea netta di confine tra legalità e illegalità in un mondo dove polizia, banchieri, politici, servizi segreti stessi sono sempre e costantemente sotto la scure della corruzione è davvero ardua da tracciare. E la bravura di Glenny è proprio questa: riuscire non certo a mitizzare un criminale, ma a mettere sul piatto una storia di dolore e povertà nella quale è praticamente impossibile (e forse inutile) alla fine identificare vincitori e vinti.



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