Nereo Rocco

Nereo Rocco

La mattina del 20 febbraio del 1979, a sessantasei anni, si spegneva per broncopolmonite Nereo Rocco, “[...] de profesion bel giovine”. Una malattia che si era fatta cronica grazie a difese immunitarie compromesse da un principio di cirrosi epatica. Una disdetta per il Paròn, una quercia d’uomo che proprio dal suo miglior amico, il vino, e dal suo marchio di fabbrica, la difesa, ha finito per essere tradito. Eppure se di lui ancora oggi si parla e non solo ‒ come per tanti altri campioni o mister che furono ‒ esclusivamente per i trofei messi in bacheca, ma per la sua straordinaria e straripante umanità, significa che Rocco è riuscito in quei suoi quasi settant’anni a lasciare tra i suoi compagni, giocatori, colleghi o semplici conoscenti una traccia indelebile che ancora oggi ci fa emozionare. Le prove sono innumerevoli: una su tutte una trasmissione su Raitre del 1996 in cui il conduttore Gigi Garanzini fa ascoltare ad un giovane pubblico un frammento di un vecchio nastro emerso da un qualche polveroso archivio che restituisce la voce del Paròn durante una normale seduta di allenamento. Ebbene, l’emozione palpabile in studio all’ascolto di quel nastro nel cogliere la sua arguzia, il suo realismo, la sua scaramanzia, caratteristiche che raccontano molto dell’uomo e del personaggio che è stato Rocco e della sua epoca. Tutto comincia nella sua Trieste, in via Massimiliano d’Angeli, dove nel 2007 se n’è andata anche la siora Maria ‒ fiera e arguta nei suoi 95 anni ‒ lasciando ai suoi due figli Bruno e Tito il compito di ricordare le gesta memorabili e gli aneddoti che non possono non partire dalla macelleria Rocco, vessillo di famiglia...

“Te vedi, Rico […] a Milàn son el comendatòr Nereo Rocco. A Trieste son quel mona de bechér, nel senso del macellaio”. Un mondo intero in una – delle tante – freddure celebri del Paròn, raccolte e raccontate con infinito amore e intima nostalgia da Gigi Garanzini in questo breve compendio sulla vita dentro e sopratutto fuori dal campo del gigante triestino scritto a trent’anni dalla sua morte e riproposto da Mondadori a cento anni dalla nascita. Un viaggio mai retorico nel calcio e sopratutto nell’Italia del dopoguerra, fra (molto) vino, osterie, amicizia, battute, famiglia e valori che a leggerli oggi sembrano malinconici e un po’ sbiaditi frame bianco e nero ingialliti. Eppure la forza, il carisma di Rocco raccontano ancora oggi la sua straordinaria modernità, anche mediatica, che nulla sembra invidiare ai manager multimiliardari forgiati da personal trainer della comunicazione. Scorrono così tra aneddoti di campioni – Rivera, Bearzot, Trapattoni, Cesare Maldini ‒, compagni o semplici concittadini che della schiettezza burbera e leale del Mister (“Mister te sarà ti, muso de mona. Mi son el signor Nereo Rocco”) hanno fatto un orgoglioso vanto, le immagini e le storie senza tempo di quello che in breve diviene un romanzo popolare corale, che rende omaggio a un personaggio e un professionista incredibile che è partito da Padova a bordo della sua Simca ed è arrivato a Milano prima e a Torino e Firenze poi, rastrellando successi nazionali e internazionali – oltre a qualche immancabile e dolorosa caduta ‒, senza mai rinunciare al quella proverbiale e genuina schiettezza popolare. Un’eredità preziosa, nella quale sacralità di spogliatoio e famiglia si fondevano in una cosa sola, nella quale agonismo, sudore, semplicità e saggezza erano le semplici ricette di uno sport che tanto, forse troppo ha finito per concedere a sponsor e marketing e che oggi il mondo pallonaro farebbe bene a non relegare a semplice e nostalgico ricordo.



 

 

 
 
 
 

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