Nessuna cortesia all’uscita

Nessuna cortesia all’uscita

Padova. Metà anni Novanta. Marco Buratti si è comprato un locale, era il suo vecchio sogno. Prima di finire in galera per aver ospitato un brigatista, essersi sciroppato sette anni per non aver voluto riconoscere certe facce (peraltro mai viste), infine venire graziato per l’ingiusta condanna, era il cantante degli Old Red Alligators: furono loro a soprannominarlo l’Alligatore. In carcere aveva fatto da paciere tra le varie fazioni della malavita, imparando un “mestiere” risultato comodo una volta uscito, agganci giusti per togliere dai guai clienti di avvocati nel mondo ai confini della legalità formale. Risolti con successo un paio di casi, si trova con le tasche foderate di quattrini, acquista una ex casa del popolo (poi paninoteca, creperia, snackeria, yogurteria), intesta la licenza all’esperto barista Rudy Scanferla, garantendo di notte e fino alle 4 di mattina di poter bere, chiacchierare e ascoltare musica in santa pace, una “cuccia”. E per se stesso di avere un ambiente accogliente dove ricevere proposte di lavoro e, sopra, un appartamento dove vivere. Ai tavoli serve Giovanna, detta Virna (per la somiglianza con Lisi), una trentottenne che comincia proprio a piacergli. Quella sera arriva Pierluigi Barison detto Gigi Granseola e gli consegna la busta con un grande anticipo per intercedere con il capo della Mafia del Brenta, Tristano Castelli. Il boss ha cominciato a eliminare alcuni cassieri, Gigi si nasconde già da due settimane e chiede a Marco di fare da paciere. Al primo tentativo non ha successo, allora coinvolge il suo tradizionale socio (contrabbandiere vecchio stampo) Beniamino Rossini, alto snello muscoloso, con bei baffi e pochi capelli, appena tornato ad abitare nella casa sul mare di Punta Sabbioni, innamorato di Sylvie alle prese con la tratta albanese di schiave. E poi sopraggiunge il reduce del movimento Max la Memoria a dar loro una mano. Avranno di che penare…

Terza avventura cruda e violenta per l’Alligatore, il mitico personaggio della bella serie noir di Massimo Carlotto, tutta narrata in prima persona e basata su un intrico di storie vere del nordest. Ognuno dei cinque avvincenti capitoli è introdotto da passi dei verbali del processo o della stessa sentenza della prima sezione della Corte d’Assise di Venezia poi emessa il 14 dicembre 1996, relativi al “gruppo cosiddetto della Mala del Piovese o Mafia del Brenta”. Ovvero alla guerra scatenatasi quando altre organizzazioni criminali interferirono nella stessa zona e forse terminata attraverso l’uso (per certi versi spregiudicato) di criminali e pentiti da parte di magistratura e polizia. Ormai Marco sorseggia amabilmente il long drink (calvados Roger Groult e drambuie in parti eguali, fettina di mela verde, ghiaccio) creato appositamente per lui da Danilo Argiolas, patron-barman del Libarium, un bel localino liberty di Cagliari (durante l’indagine che lo aveva portato in Sardegna), mentre tiene d’occhio l’ingresso del locale e il palco dove si esibiscono i gruppi consigliati dal Blue-Jay torinese Edoardo “Catfish” Fassio (esplicitamente ringraziato nelle prime pagine per la colonna sonora blues). Inizia spesso ubriaco di calvados e caffè forte dolcissimo, finisce in splendida forma e in amore, sempre ossessionato di verità e giustizia, investigatore chandleriano senza licenza con il vincolo (assoluto) di non uccidere mai. E, come al solito, la storia si conclude con il primo approccio a quella successiva (un interessante omicidio ufficialmente archiviato).



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