Nessuno doveva sentire, nessuno doveva sapere

Nessuno doveva sentire, nessuno doveva sapere
Maddalena è emigrata a Firenze per frequentarvi l'Università; vive insieme alla compagna di studi Aradia, ragazza alquanto singolare: di poche parole, smunta e pallida. Ragazza dalla probabile vita dissoluta, quotidianamente esce di casa la notte per farvi ritorno solo al mattino, sempre più cerea e taciturna. Maddalena, incuriosita, una notte decide di seguirla, diventando così spettatrice occulta di un rito sabbatico e propiziatorio: scoperta dalle streghe, perde coscienza. Al risveglio, non riporta con se alcun ricordo di quella notte. Sardegna, molti anni dopo. La giovane donna Abbaccai, dopo l'orrore di una violenza carnale dal parte del giovane prete del paese, la notte stessa ha  il primo ciclo mestruale, a purificazione della violenza appena avvenuta: termina un vecchio ciclo vitale e uno nuovo inizia, una nuova vita: lei è ora s'accabadora, “Unica nei tempi, ciclica, Regina”, colei che uccide la vita per il rinnovamento, che dona morte e pace...
Colei insomma che ci accompagna in questo romanzo quasi sibillino e onirico, in una favola immaginifica  ma inquietante come colei di cui “tutti sanno, ma di cui nessuno parla”. La figura de S’accabadora non è mitica; chi non conosce la cultura sarda può, con questo testo, imparare a conoscerla, con spunti non per forza gentili e delicati (la doppia violenza, l’isolamento da parte della comunità),ma riportanti la verità. Donna, sola, chiamata sul eltto di morte di agonizzanti anziani, giovani, li finiva soffocandoli con un cuscino, o colpendoli con su mazzolu. La Mulas gioca con istinti di suono ed energia, donando alla sua accabadora un nome nuovo, mai prima utilizzato e che anticipasse le facoltà di questa donna, bambina: togliere la vita, finire. Abbaccai come s'Abba, l'acqua, elemento vitale di ogni uomo e della natura stesso; Abbaccai come Acabar, terminare, porre fine. Nome selvaggio, rurale, che riporta anche ai riti di bacco, i Bacchanalia, i Sabba. La trama del romanzo è fiabesca e  mostra la dedizione minuziosa della scrittrice per la ricerca culturale  e antropologica; a questa  si è volutamente dedicata per delineare una figura che fosse strettamente personale e congeniale a quanto appreso dai racconti delle anziane del proprio paese, che ha potuto incontrare e da cui ha saputo cogliere confessioni e racconti. Impietoso sarebbe per gli altri romanzi sull'argomento essere paragonati al lavoro della Mulas: la più volte candidata al premio Nobel per la letteratura, poetessa pura e ricercata, con questo romanzo da ancora una volta saggio della maestria della propria penna. Non un saggio, anche se per scriverlo si è addentrata nella cultura sarda, studiando a lungo. Non una semplice prosa, perché poetico e musicale, creato con un continuo rivolgersi all’interiorità del lettore. Da leggere, da ascoltare (il libro è venduto accompagnato da un cd con musiche originali del maestro Gianluca Rando, già direttore d’Orchestra RAI), da ammirare grazie alle illustrazioni di Pinina Podestà e a teatro, nello spettacolo “Bianca Rondine Silente” di Antonio Marras. Non facile, senza dubbio. Ma la facilità dei versi non sta nelle corde di Giovanna Mulas, una scrittrice per il popolo, tra il popolo.

 

 

 

 
 
 
 
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