Nessuno muore

Nessuno muore
Vecchio, grasso e irrimediabilmente solo, Ulisse si aggira come uno spettro fra le rovine della sua reggia. Gli abitanti di Itaca un po’ lo temono e un po’ lo sopportano. Lotta con il suo epico e sanguinoso passato, l’astuto pirata, il guerriero, l’amante, lo spietato carnefice che ora chiama se stesso Nessuno, quasi a voler prendere le distanze dalla  propria vita, quasi a voler sfuggire la morte. Ma la vita finisce col presentare il conto anche agli eroi, anche a chi è stato amato e corteggiato da ninfe e dee. La schizofrenica solitudine di Ulisse è spezzata dall’arrivo di un indovino che, per intercessione di Apollo, rivela all’irascibile sovrano che Telemaco sta tornando sull’isola. Cosa vuole l’imbelle figlio scappato da Itaca insieme alla madre Penelope, forse vendicarsi del padre?
Pochi libri e pochi autori sono capaci di riconnettere le trame del mito e creare un ordito nuovo, cucito al rovescio, capace di mostraci i risvolti di storie mille volte raccontate e mille volte udite. Parazzoli ci mostra le funi, i cavi, la cartapesta, una sorta di “making of” della storia per eccellenza (quella di Odisseo), che però risulta essere in realtà un “destruction of” perché – partendo dalla fine – ci conduce in un “oltre” mai esplorato prima, un tempo letterario (psichico?) che travalica persino il mito, dove tutto è ridotto a macerie e Ulisse si aggira con una maschera di gesso sulla faccia come fosse l’attore sperimentale di una messa in spazio-tempo che Grotowsky non ha mai realizzato ma che avrebbe potuto benissimo inventare. Questo libro è l’inizio di tutto, è l’atto della creazione, è il piccolo Omero, figlio di serva, che inventa marchingegni per spiare le parole del re, un re guitto, sboccato, narciso, che adora sentirsi raccontato, perché attraverso il racconto delle proprie gesta può ricordare anche fatti che ha dimenticato, perfino la propria morte. “Il racconto è il gobbo che si rizza, (...) è qualcosa che libera le coscienze fatte stitiche dalla smorfiosa verità, è come la salutare cicoria che libera l’intestino troppo stipato di bistecche di manzo. È merda, preziosissima merda, fatene a meno e siete fottuti – imbecilli”.

 

 

 

 
 
 
 
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