Nessuno sa di lui

Nessuno sa di lui

Senatore, procuratore, capitano di Parte Guelfa, consigliere speciale e non solo. Sono molteplici gli incarichi istituzionali collezionati da Carlo Pitti nella Firenze medicea. Siamo nella metà del ‘500, precisamente tra il 1522 e il 1586, gli anni di nascita e morte di questo personaggio chiave per la politica di quel periodo. La sua è una nobile e antica famiglia, originaria di Semifonte, città della Val d’Elsa, sorta, cresciuta e poi rasa al suolo tra il 1100 e il 1200; fu proprio dopo la sua distruzione che i Pitti si trasferirono a Firenze. Carlo è iscritto all’Arte della Lana. A Firenze infatti per godere dello status di cittadino è necessario far parte di una di queste associazioni che riuniscono professionisti dei settori più disparati. I lanaioli all’epoca sono concentrati in via Maggio, in via Ghibellina, in via della Vigna Nuova e in via delle Caldaie; rappresentano una delle arti più potenti dato il ricco comparto che si trovano a gestire. In via Maggio Pitti ha una delle sue residenze ma ha diverse proprietà in tutto l’Oltrarno fiorentino. Si sposa a oltre 30 anni, con Lisabetta di Giovanni de’ Rossi, rampolla di una casata ricca e nobile, orfana di padre, figlia ed erede unica. “Procreazione di figli, acquisizioni di proprietà e conseguimento di posizioni di governo”: sono questi gli obiettivi della sua vita in questi anni. La svolta arriva il 20 maggio 1561, quando viene nominato nel consiglio dei Duecento, organismo composto da membri scelti personalmente da Cosimo. È negli anni successivi che la sua vita politica si intreccia indissolubilmente con la questione ebraica e la creazione del ghetto di Firenze. È da più di un secolo che la comunità israelita è presente in città, i più si occupano di scambi commerciali e prestiti in denaro: in molti poi sono stati accolti poiché fuggiti dallo Stato Pontificio dopo le persecuzioni scaturite dalla controriforma. Successivamente però Cosimo cambia la sua politica nei loro confronti. Decide di schierarsi più nettamente dalla parte del Papa, soprattutto perché conta sul suo appoggio per il conferimento della carica di Granduca. Carlo Pitti è colui che concretizza questa volontà in atti e disposizioni. Risale al 3 giugno 1569 la prima annotazione nel suo diario personale relativa alla questione: il Duca gli chiede informazioni sugli “ebrei di Pisa” e lui, riferendosi ai “banchieri”, risponde che “stavono a beneplacito di Sua Eccellenza Illustrissima”. Ma “il Duca vuole però adesso “che se n’andassino”, dandogli un preavviso di quattro o sei mesi”. Sarà sempre Pitti a compiere tutti i passaggi necessari all’istituzione del ghetto ebraico, situato nel centro della città, nell’area che attualmente si stende tra piazza della Repubblica, via dei Pecori e piazza dell’Olio…

Ippolita Morgese, archivista e paleografa, in questo volume prezioso ricostruisce la nascita del ghetto ebraico di Firenze e approfondisce il ruolo determinante svolto in questo contesto da Carlo Pitti, oscuro uomo di potere al tempo dei Medici. Fu proprio lui infatti a ordinare il censimento degli ebrei che vivevano nello Stato mediceo, a compiere le investigazioni sui banchieri israeliti e a predisporre al Granduca le bozze del decreto di espulsione. Basandosi sui diari manoscritti originali di questo fedele mediatore, la Morgese ricostruisce in maniera meticolosa “lo scenario di un mondo variegato e ricchissimo: cause, ragioni, intrighi e aneddoti sulla creazione del ghetto di Firenze al tempo dei Medici. Un mondo affascinante e ancora in parte inesplorato che chiede solo di essere scoperto”, come si legge nell’introduzione all’opera da lei stessa curata. Carlo Pitti è una sorta di Carneade, nessuno mai prima aveva fatto emergere davvero l’importanza della sua figura. Nessuno sa di lui non è quindi un titolo casuale, le informazioni che lo riguardavano fino a questo momento erano confuse e nebulose, nonostante la sua casata fosse ben nota a Firenze non solamente per l’omonima celeberrima piazza. Nel libro, però, non c’è solo l’inedito ritratto del Pitti e la vicenda del ghetto ebraico di Firenze, ma anche un affresco del periodo storico in questione, la metà del ‘500, con le sue tradizioni e le sue usanze. Non mancano poi passaggi dedicati a meraviglie più o meno note del capoluogo toscano, come la chiesa di Orsanmichele, dapprima “granaio” e poi luogo religioso per le Arti, o ancora la chiesa di Santa Felicita, dove è possibile ammirare un’eccezionale Deposizione di Cristo del Pontormo. Perché d’altronde, come scrive l’autrice, “Firenze è un grande museo all’aperto dove ogni angolo e ogni monumento racconta la sua storia attraverso i simboli che la rappresentano, mentre richiamano un passato di imprese più o meno gloriose, di lotte, di vicende e di personaggi”. L’opera inoltre è infarcita di riferimenti bibliografici e fa intuire quanto l’archivistica sia una scienza complessa e affascinante e come analizzare i testi del passato sia quasi un lavoro da detective, non privo di emozioni e colpi di scena. Perché “la storia, a chi ne accetta i limiti e le rigide regole che ogni scienza comporta, regala visioni d’insieme che nulla hanno da invidiare alla letteratura”.



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