Niente di male

Niente di male
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Milano, settembre 2014. Eddi e sua figlia Martina escono dal loro grazioso appartamento sito in viale Papiniano. La scena che si para davanti ai loro occhi è delle più pietose: Lisa, la loro vicina di casa, è stesa a terra addormentata, con tracce di vomito nei capelli. Martina sprezzante tira oltre, incitando suo padre a fare lo stesso. Eddi, dal canto suo, si ferma, sveglia Lisa e cerca in qualche modo di darle una mano. In macchina Martina rimprovera aspramente suo padre, reo di aver soccorso quella che per lei è un caso disperato, una che neanche dovrebbe vivere in quello stabile. Eddi tace e, una volta che sua figlia è stata portata a scuola, si mette a rimuginare sull’accaduto. Londra, novembre 1989. Garibaldi – il soprannome gliel’hanno appioppato i suoi colleghi – sta tornando nel suo studio flat. Si trova a Londra da tre mesi, alle prese con uno stage consigliatogli dal suo relatore di laurea. Mentre aspetta l’autobus, il walkman alle sue orecchie annuncia che il Muro di Berlino sta cadendo, che finalmente da Est si potrà andare a Ovest: una notizia epocale, che di certo sentirà più e più volte una volta a casa. Sceso dal mezzo incontra il suo vicino Shashank che, come al solito, gli ha portato degli avanzi dal ristorante indiano dove lavora. Nel sacchetto ci sono due piccoli pacchetti, uno per Garibaldi, appunto, ed uno per Ophelia, altra inquilina dell’appartamento, con cui Garibaldi si deve decidere, prima o poi, a parlare...

Niente di male è un romanzo di Adam Rossi, pseudonimo – scelto saggiamente vista la quantità di suoi omonimi presenti in Italia – di Andrea Rossi, già autore di Dimmi la verità (2014). Entrambi sono stati pubblicati dalla casa editrice fiorentina goWare, specializzata in editoria digitale. Quest’opera si sviluppa secondo una duplice direttrice: da un lato c’è un ragazzo che vive a Londra, e nelle sue difficoltà ad ambientarsi si ritrovano – per sua stessa ammissione – le stesse sensazioni provate dall’autore nella Silicon Valley. Adam Rossi è infatti un ingegnere esperto di networking che ha vissuto in California per lavoro ed è poi tornato a Milano. Proprio al capoluogo lombardo è dedicata l’altra linea di sviluppo del romanzo, ambientato, come si suol dire, ai giorni nostri. Il libro tradisce profondamente tutte le attese e le buone premesse: a partire dalla trama poco originale, ampiamente prevedibile in molti passaggi, passaggi peraltro ‒ soprattutto quelli chiave ‒ poco approfonditi, poco avvincenti e liquidati in quattro e quattr’otto. E non è nemmeno questa la lacuna più grave del romanzo, anzi. Ciò che di più lascia con l’amaro in bocca è vedere come determinate tematiche del libro, importanti e attuali – droghe ed alcol che dilagano tra i giovani, incomunicabilità tra gli esseri umani, disprezzo verso chi è meno fortunato, difficile rapporto tra genitori e figli, solitudine – vengano letteralmente gettate al vento senza essere valorizzate, come se fossero solo un contorno e non la pietra portante su cui poggiare l’intera narrazione per donarle profondità. Un’occasione d’oro gettata alle ortiche.



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