Niente si oppone alla notte

Niente si oppone alla notte
Nel gennaio del 2008, Lucile si suicida nel suo piccolo appartamento di Parigi. A trovarla, riversa sul letto, il volto semicoperto e livido, all’orecchio una radiolina, è la figlia maggiore Delphine. A lungo quest’ultima, insieme alla sorella Manon, si interroga sui motivi che possano aver spinto la madre a un gesto così ineluttabile. Proprio adesso che ha superato il cancro ai polmoni, dopo una vita di cadute nel pozzo della depressione e altrettante risalite verso la speranza… Lucile non è diventata una vecchia signora. Ha preferito morire da viva. Tutto qui. E non è un dettaglio di scarso conto. Lucile ha capito, a un tratto, che oltre non avrebbe voluto andare, non avrebbe resistito, non avrebbe potuto sopportare. Perciò ha deciso di fermarsi, porre fine a all’incomprensibile senso di colpa, alla vergogna lontana, all’insofferenza malsana, che l’hanno tormentata senza tregua per sessant’anni. I lutti famigliari, le morti di alcuni amici speciali, un’infanzia timida e tacita, un matrimonio fallito hanno segnato il suo equilibrio, reso oltretutto precario dalla comparsa della malattia mentale. Un rapporto complesso e ambiguo con il padre Georges, l’amore tenero e inconfessato verso la madre Liane, la devozione impotente per i fratelli e le sorelle hanno riempito gli spasimi del suo sentire e del suo essere, ma allo stesso tempo offuscato la sua ragione, annientandola con allucinazioni, manie di onnipotenza, follia pura e inespugnabile. Eppure non si è arresa. Ha combattuto contro ogni ostacolo. Gli ospedali psichiatrici, il litio, l’allontanamento dalle figlie, amate sopra ogni cosa, la perdita del lavoro. Lucile ha ostinatamente, sempre, ricominciato da capo. Fino a quel fatale gennaio…
Immortalata in un flash furtivo, sulla copertina del romanzo che parla di lei, la osserviamo. Lei e il libro si assomigliano. Sono di una bellezza struggente. Foschi, bui, ma anche misteriosamente dolci e sfuggenti. Lucile è vestita di nero. Il nero di Lucile si respira, come uno stato d’animo, in ciascuna delle pagine ed è pervaso dall’intensità di riflessi che sembrano designare un altrove. Alla ricerca di questo luogo (o, più esattamente, non luogo) si avventura perigliosamente, con un rovello inconsolabile, l’autrice Delphine De Vigan. Sua figlia. La ricostruzione dell’esistenza di Lucile è quanto leggiamo. Un racconto, come anticipato, bellissimo, nel quale ci pare di scorgere il tentativo di dare voce a un flusso di coscienza, che lega inevitabilmente, sangue nel sangue, madre e figlia, a un destino che non può sottrarsi alla parola. Perciò Delphine, in seguito a reticenze e pudori, pur patendo un’amarezza lacerante, dice. Dice tutto. La scrittura, pensa, può essere una via di fuga. Magari di ritorno. Nel corso della narrazione, in cui alterna le gioie e i drammi della saga famigliare alla storia eccezionale di Lucile e quindi sua, scopre invece che la scrittura non può nulla. Non è salvifica. Non esorcizza la morte, il male di vivere, lo strazio. Spiegare il dolore, in fondo, è inutile. Scrivere, tuttavia, le è necessario. Per regalare alla madre un sepolcro di carta e la sorte di un personaggio. Per donare a noi lettori la straordinaria commozione di trovarci di fronte alla nudità feroce e  sincera del potere detonante della parola e del silenzio.

 

 

 

 
 
 
 
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