Ninna nanna

Carl Streator non è un uomo socievole, eppure la sua professione farebbe pensare il contrario dal momento che è un giornalista. Ma è vedovo e ha perso una figlia, quindi di socializzare non se ne parla. Gli viene affidato un reportage sulle morti improvvise di neonati in culla e la scoperta che fa è agghiacciante. Sul luogo di ogni decesso viene rinvenuto un libro di ninne nanne, dal titolo “Filastrocche da tutto il mondo” aperto sempre alla stessa pagina, la pagina della dolce morte, una nenia africana che si rivela essere letale. Carl scoprirà ben presto come basti ripetere la filastrocca a mente per uccidere chiunque si trovi ad ascoltarla in quel momento. Conosce Helen Hoover Boyle, proprietaria di una agenzia immobiliare specializzata in case infestate e si allea con lei e con la segretaria Mona Sabbat, accompagnata dall’odioso fidanzato Oyster, per trovare tutte le copie del libro e distruggerle. Questo significa andare in lungo e in largo per tutta America alla disperata ricerca di questi volumetti tra bibilioteche e case abitate...
Detta così, la trama può sembrare anche semplice, lineare, ed invece di normale in questo libro non c’è proprio nulla. O meglio, c’è tutto, ma Palahniuk è certo che la società odierna fatichi a comprenderlo. È per questo che la sua scrittura non è così accessibile di primo acchitto, hai la sensazione di non riuscire a cogliere il senso e se non sollevi la prima patina non puoi davvero capire, entrare nel vivo dei significati, resti tra i più, a bocca aperta e con un punto interrogativo stampato in fronte. Andando maggiormente a fondo ci rendiamo conto di come Chuck scriva nuovamente di massificazione, di condizionamenti psichici ad opera della società e cerchi di scardinare questi punti fermi a colpi di machete, tanto che Carl potrebbe essere il Victor Mancini di Soffocare. È un alienato eppure rappresenta la lucidità e la volontà di non voler restare invischiato negli schemi predefiniti che il mondo ci offre. Uccide, uccide con una filastrocca perché uccidere vuol dire purificare e avere la possibilità di costruire qualcosa di nuovo, come a voler eliminare un morbo che infesta un corpo che un tempo è stato sano. Helen è un personaggio quasi surreale. I suoi capelli rosa sembrano una nuvola di zucchero filato e il suo modo di fare è a tratti robotico apparentemente privo di sensibilità, quasi non fosse umana eppure la sua fragilità interiore è pari a quella del vetro soffiato. Il fidanzato di Mona rappresenta tutto quello che va evitato, la sua superficialità è irritante, il suo modo arrogante e saccente ci fa sperare che la filastrocca faccia il suo effetto proprio su di lui. A voler sintetizzare si parla del concetto di banalità del Male, di come il Male possa essere perpetrato facilmente a danno degli altri da ognuno di noi, senza accorgersene, senza averne piena coscienza. Il succo del libro può essere racchiuso in questa frase: “Uccidere una persona a cui si vuole bene non è la cosa peggiore che le si può fare. Il più delle volte preferiamo aspettare che sia il mondo a farlo. E intanto leggiamo il giornale". E non storcete il naso, qui il black humour fa gli onori di casa. Il male fa parte della natura umana esattamente come il bene. Anzi, forse più del positivo è la carica negativa che incarniamo che ci caratterizza maggiormente. E ci fa paura, eccome se ci fa paura. Perché è la parte più recondita e meno accessibile e, di conseguenza, quella con cui abbiamo meno familiarità e quindi controllo. Per cui preferiamo stare a guardare, ad osservare impassibili, a farci attraversare dalle cose piuttosto che attraversale. Ninna Nanna è tutto questo e molto di più, è una doccia ghiacciata quando ci sono 0° e vuoi stare sotto le coperte, al caldo, con la testa sprofondata nel cuscino per non accorgerti di quello che succede fuori. La gente muore, la gente uccide, la gente soffre. Meno male che Palahniuk esiste e ce lo ricorda.

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