Ninna nanna del lupo

Ninna nanna del lupo

Bisacquino, Sicilia. Mosca Centonze controlla sospettosa se nella saliva sputata nel fazzoletto di batista ricamato a punto erba ci sono tracce di sangue. Controlla sempre a distanza di tanti anni, lei che ora ne ha quasi novanta, per l’abitudine presa in America nel 1915, quando con poco più di una decade di vita si era ammalata di tubercolosi ed era rimasta ricoverata al St George di Bloomfield per ben cinque anni, circondata da morte e dolore. Clementina, la sua domestica settantenne, vergine e devota, sta preparando il necessario per curarle le mani rese contratte e nodose dall’artrite: ogni sera le lava, le mantiene in ammollo nell'acqua calda, le massaggia con l’olio e le fascia strette, prima di aiutarla a mettersi a letto. E intanto chiacchiera, sebbene Mosca non la guardi neanche per non incoraggiarla, Clementina parla e ogni sera ripete le stesse cose. Mosca in America c’è andata con un paio di scarpe nuove di vitello, alte alla caviglia e un numero più grande, c’è andata con il padre, la madre e la sorella più grande. In America tutto era diverso dal paese natio dove non si buttava niente e ogni cosa esaurita la funzione primaria trovava nuova vita, perché lo spreco a Bisacquino è peccato grave…

Ninna nanna del lupo è la narrazione a ritroso e per salti temporali della vita di Mosca Centonze, personaggio singolare da più punti di vista che contrariamente alle donne del suo paese è di poche parole, come suggerisce lo stesso nome proprio scelto dall’autrice, Silvana Grasso, che richiama un noto modo di dire tipicamente italiano (“Zitto e mosca”). Il racconto si sviluppa tra l’inizio e la fine del ‘900, si sposta tra Bisacquino, paesino siciliano, e “l’America”, si dipana grazie all’uso di un linguaggio originale che mescola immagini auliche, parole dialettali, sintassi popolare ma anche odori, umori, segreti. Silvana Grasso parla in modo molto fisico della mentalità contadina siciliana, dell’emigrazione, della malattia e della discriminazione che deriva dalla diversità, puntando il dito sulla sterilità come profondo spartiacque sociale. Ai pensieri della novantenne Mosca che nelle ultime ore di vita ripesca tra i ricordi, fanno da contraltare le chiacchiere e le azioni di Clementina, la devota domestica di venti anni più giovane, “salvata” proprio dalla sua padrona. L’autrice riesce a tratteggiare egregiamente personaggi vividi e dal carattere ben definito. Purtroppo la lettura in molti punti risulta faticosa per chi non ha dimestichezza con la lingua siciliana, per rendere la storia accessibile a tutti sarebbe bastata l’accortezza di inserire un piccolo glossario; è un peccato perché lo stile linguistico è veramente interessante, si intuisce un’accurata ricerca poetica e si percepisce un insolito ritmo narrativo che ricalca la tendenza delle persone anziane a ripetere lo stesso concetto più e più volte. Un romanzo singolare che contiene anche risvolti noir e si impone per le tematiche affrontate e l’elegante uso delle parole.



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