Noi

Noi

Giovanni passa ore a guardarlo. È incantato dalla magnifica perfezione dell’oggetto. Una concessione alla meccanica, e dunque al progresso, in quell’isola senza tempo che è Villa Borghese. L’idrocronometro del Pincio è diventato per lui una meta fissa. La scuola è finita prima del tempo quest’anno. C’è la guerra. Al mattino si sveglia presto quando Cesare e Francesco, i suoi due fratelli gemelli, escono rumorosamente per andare a scaricare cassette di frutta ai mercati generali. Quando si alza la madre è già in fila con in mano la tessera annonaria per cercare di portare a casa un po’ di carne o di zucchero, il padre già lavora. Lui dunque è solo. E a quattordici anni non è una brutta sensazione, perché così finalmente non è l’ultimo, quello meno importante. Si sente padrone del tempo e dello spazio, di quel luogo che è casa. Si affaccia alla finestra, osserva la piazzetta del quartiere, sente le voci. Tutto pare rassicurante, eterno, immutabile. Ma Giovanni è curioso. Come uno scimpanzè, dice la madre. Gli piace andare in giro pedalando sulla sua Bianchi Viaggio, disegnare con tutte le sfumature di grigio possibili usando solo la matita nera, guardare. E ha la sensazione, quell’estate che tutto stia per cambiare. Lo vede per le strade del suo rione, il ghetto, dove abitano tanti ebrei (lui e la sua famiglia però sono cattolici), lo vede in giro per Roma… Alberto smette di leggere la storia di Pugacioff proprio mentre il cane della steppa dà una bella sistemata al perfido Bombarda, chiude il giornalino e fumetti e fa passare dieci secondi, il tempo minimo per dimostrare che non è vero quello che invece è vero: il momento in cui Andrea lo chiama è il più bello della giornata… Monica alza lo sguardo, nei suoi occhi stalattiti di ghiaccio. Il sorriso che precede la risposta che sta per dare alla domanda di Andrea, no che non mi basti tu… Nina cammina sulla spiaggia, senza più molta voglia di vivere. È mattina presto e fa un gran freddo. Dal bavero alzato le spuntano solo il piccolo naso e i capelli ricci e neri. Non sa bene perché sia lì. O meglio sa che le sue scarpe ora sono piene di sabbia bagnata per amore di Silvia, sua madre. Si avvicina al porticato, si accosta a un pilastro di legno che un tempo è stato il sostegno della doccia. Era il luogo che preferiva da bambina. Tutta la casa ora sembra aver seguito il destino della sua famiglia, la doccia non funziona più. E dire che per quella casa è passata tanta gente. Tra i libri di casa Silvia ha anche trovato un saggio del suo bisnonno. Giovanni Noi…

 

 

Vittorio Foa è stato un giornalista, scrittore, politico, partigiano, uno dei padri della nostra settantenne e tanto spesso vituperata repubblica. Un uomo dalla lunga, lunghissima storia e militanza di sinistra, una coscienza critica sempre libera e indipendente, un uomo che ha subito il confino perché segnalato da Pitigrilli, scrittore e spia dell’OVRA, come il meraviglioso personaggio di Trintignant nel capolavoro di Bertolucci Il conformista, magistralmente tratto da Moravia. Un uomo che ha vissuto il passato e che ha sempre guardato al futuro, gettando semi perché fiorisse rigoglioso e fruttifero. Non è un caso dunque che a lui abbia dedicato il suo convincente e variegato romanzo Walter Veltroni, che ha lasciato la politica attiva (se così si può dire, per quanto la politica sia ogni cosa e in ogni cosa, anche, per dirne una, nel far con criterio la raccolta differenziata, non serve essere sindaco o a capo di un partito o con qualche particolare incarico nelle istituzioni pubbliche, basta assolvere bene a quello che si sente come il proprio dovere e magari tutti…), ma non ha messo a tacere la passione. Il libro infatti appare non solo come un quadro intelligente e preciso della storia di Roma, finalmente descritta con precisione, da qualcuno che sa l’argomento del suo discorso, e d’Italia, quella che, guarda caso, come recita la celeberrima canzone, siamo noi, nessuno si senta escluso, e il pronome si fa – felice invenzione letteraria – cognome e anche nome, simbolo e punto di riferimento, ma con estrema lucidità immagina anche quello che sarà il domani, a partire dal solco che è stato tracciato, dalle fondamenta che sono state scavate. I personaggi, caratterizzati con dovizia di particolari, sono il credibilissimo connotato, che indaga anche la sacra istituzione della famiglia, delle quattro stagioni, della vita, del paese, e non solo, l’estate calda dei bombardamenti a San Lorenzo, la deflagrazione della peggiore epoca della seconda guerra mondiale, proprio quando pareva finita, la primavera in cui sboccia il virgulto della sensibilità per i diritti civili, l’autunno in cui come morte foglie cadono le illusioni con gli anni di piombo, l’inverno di una sperequazione sociale che si è fatta precarietà di vita e sentimento. 1943, 1963, 1980, 2025, quattro date che si fanno emblema, e se è evidentemente la prima sezione di gran lunga la più riuscita il romanzo comunque mantiene per tutta la stesura una fluidità di base e un coinvolgimento tale, determinato da una scrittura attenta, ben montata come un buon film, e da un lessico semplice e quotidiano che consente l’immedesimazione senza mai l’ombra di retorica o banalità, da emozionare e far riflettere.



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