Noi due punto zero

Emma è immobile davanti a una parete, i piedi che arretrano, il fiato sospeso, gli occhi febbrili. Tutto il suo corpo è teso, in attesa di un tocco, della carezza dell’uomo che le sta di fronte. Si fa chiamare Pietro, ma lei sa che non è il suo vero nome, sa che questo gioco tra loro è possibile solo perché lei ha accettato le sue regole: nessun dettaglio delle rispettive vite è ammesso tra loro, nulla di personale, nessuna emozione, deve varcare la soglia dell’appartamento di Milano che Joshua, l’amico di lui che vive a Londra, gli ha prestato. Non vuol sapere nulla di lei, Pietro, nulla di Paolo, il suo ex marito che insieme alla madre si prende cura della loro figlioletta Irene, nulla del buio che Emma ha dentro di sé e che le impedisce di essere una madre funzionante e soprattutto non vuol condividere nulla di sé; la voglia di affettività, il figlio che probabilmente sta crescendo dentro di lei, tutto questo a Pietro non interessa, così come lo infastidiscono i contatti fisici non strettamente necessari al loro gioco settimanale. Emma vive per i momenti in cui, chiusa la porta del loro rifugio, l’aria si fa rarefatta, si carica della tensione dell’attesa, dell’anticipazione erotica, anche se è sempre più consapevole della brevità di questi momenti, che finiscono invariabilmente per essere annichiliti dal fastidio post-coito che Pietro manifesta senza remore. Il loro precario equilibrio dura fino al giorno in cui si incontrano per caso nel mondo esterno e lui finge di non riconoscerla. Proprio da questo punto prende il via la parte più interessante, ingarbugliata e misteriosa della loro storia di individui le cui vite hanno colliso in una certa piega dell’Universo, intrecciandosi fatalmente e per sempre e trascinando con sé in una danza a tratti macabra i corpi che ruotano intorno a loro come satelliti spaesati: la moglie di lui, l’ex marito di lei, una bambina di 9 anni, l’amica Soniha sono tutti pedine su una scacchiera che è solo nella mente di Emma e giocano secondo regole e strategie che al lettore non è sempre dato comprendere…

L’universo in cui Chiara Tortorelli immerge Emma e Pietro in Noi due punto zero è di quelli rarefatti, privi di punti di riferimento fissi; le loro vite si muovono in una eterna danza nel vuoto pneumatico di due buchi neri in cui gravitano senza mai sforarli davvero tutti i loro comprimari. Emma è una donna dalla consistenza viscosa di medusa, che scivola sul pelo delle acque limacciose della sua vita senza lasciare che increspature temporanee in chi la circonda, una donna che si affanna a voler dare a sé stessa una forma che non le appartiene. La Tortorelli ha costruito un personaggio complesso, calandola in una sceneggiatura televisiva più che una trama letteraria, per cui la narrazione ha bisogno di essere coadiuvata dall’immaginazione televisiva del lettore. La trama è estremamente complessa, le vite di Emma e Pietro collidono in molti modi e la narrazione avviene su molti piani diversi, passato e presente, reale e immaginario, verità e menzogna; il loro racconto di sé si rivela spesso basato sull’autoinganno o sulla deliberata menzogna, ma l’autrice centellina le informazioni in punta di penna, talvolta confondendo il lettore oltre il necessario, scegliendo di nascondere la verità dietro un velo di nebbia, finendo per creare un eccesso di anticipazione che non trova soddisfazione adeguata al sollevarsi del velo. Un testo che sa di psicanalisi reichiana e ferite inguaribili e che ha il merito di non voler proporre soluzioni lenitive alle ferite di Emma, che sono stratificate dall’infanzia.



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