Noi, gli uomini di Falcone

Noi, gli uomini di Falcone

Palermo, fine luglio del 1983. La Sicilia non è più la polveriera dell’anno precedente né tantomeno quella del 1981, quando i morti ammazzati riempivano gli obitori dell’isola al ritmo di quasi uno al giorno. Il comandante della Sezione antimafia Angiolo Pellegrini, da ormai più di due anni, riferisce delle sue indagini direttamente al consigliere istruttore Rocco Chinnici e al magistrato Giovanni Falcone, all’interno dell’Ufficio Istruzione. È il momento dell’arresto dei cugini Salvo, Antonino e Ignazio, i cosiddetti “esattori di Salemi”. Grandi elettori per conto della Democrazia Cristiana e proprietari di mezza Sicilia, i Salvo sono sempre riusciti a evitare qualsiasi intoppo con la giustizia, anche quando il loro numero di telefono era stato rinvenuto addosso al cadavere del boss palermitano Salvatore Inzerillo, morto durante la seconda guerra di mafia. Con l’arresto dei due cugini si prefigura un vero e proprio terremoto, dato che negli ambienti investigativi circola da sempre la voce che chi tocca i Salvo muore. La guerra tra Stato e antistato è impari, anche se nessuno si sarebbe mai aspettato che la mafia, invece che rispondere, avrebbe attaccato per prima. La mattina del 29 luglio 1983, verso le otto del mattino, un’autobomba esplode in via Pipitone Federico, davanti al palazzo dove risiede Rocco Chinnici, spazzando via la sua vita e quella dei due carabinieri di scorta. “L’Ora” titola: “Palermo come Beirut”. È l’inizio di una guerra interminabile che, per certi versi, si protrae ancora oggi: quella tra un’Italia per bene e un’altra corrotta e criminale…

Angiolo Pellegrini, classe 1942, Generale dell’Arma dei Carabinieri, è stato uno degli uomini più fidati del magistrato Giovanni Falcone. Un vero e proprio mastino, arrivato in Sicilia nel 1981 dalla Calabria, che assistette in prima persona al salto di qualità apportato dai Corleonesi nella guerra allo Stato, quando le lupare si trasformarono in fucili d’assalto di fabbricazione sovietica. Negli anni Ottanta, quando era ancora un semplice capitano, la sua tenacia e i suoi modi spicci gli valsero il soprannome di “Billy the Kid”. Adesso, per la prima volta, Pellegrini decide di raccontare in un volume quegli anni insanguinati con tutti i più reconditi retroscena. Vengono così ripercorsi, con memorie di prima mano come solo un braccio destro avrebbe potuto fare, eventi storici della memoria collettiva italiana: l’interrogatorio storico di don Masino Buscetta in Brasile, che scoperchiò un autentico vaso di Pandora, e la preparazione del maxiprocesso, nella celeberrima aula bunker di Palermo nel 1986. Una stagione incredibile, quella di quegli anni, in cui caddero veri e propri eroi come Montana, Chinnici, Dalla Chiesa, Cassarà, Falcone e Borsellino. Il libro è impreziosito dalla penna del giornalista Francesco Condoluci che dà forma a ricordi e impressioni del carabiniere in maniera lucida e vivida, mettendoci in allarme sui pericoli ancora esistenti dato che, secondo le confidenze di Falcone, “il primo vero nemico è a Roma”.



 

 

 

 
 
 
 

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