Non c’è niente a Simbari Crichi

Non c’è niente a Simbari Crichi

Marcellina Scatalascio vive a Simbari Crichi assieme al padre infermiere, impiegato nel locale manicomio. Riguardo agli studi della ragazza il genitore ha deciso che Marcellina deve diventare una medichessa, un medico femmina in altri termini, e ciò sia per orgoglio personale e sia per far avanzare l’intera famiglia di parecchi gradini nella scala sociale. Così per i quattordici anni della figlia porta a casa un libro con scritte in ordine alfabetico tutte le malattie che possono essere diagnosticate ad un essere umano. Un’enciclopedia medica però non è certo quello che Marcellina si aspettava come regalo di compleanno. Lei difatti desiderava una collanina d’argento col ciondolo a forma di sole mentre il genitore si presenta con un vocabolario di disgrazie e schifezze da studiare. «Appena ti sbrogli con le superiori ti segni a Medicina», le dice sperando intanto in una partenza in vantaggio con la lettura di quell’elenco di malanni. «Arriverai alla laurea sapendo più degli altri», afferma con sicumera il papà della ragazza. Marcellina non ha idea di cosa fare da grande ma constata lo sguardo ammirato del padre quando apre il libro delle sciagure e quindi apre il libro tutte le volte che le capita sotto tiro. Un giorno scopre il malanno della “logorrea”, la malattia del parlare assai, mentre al fratello appioppa l’orticaria, perché è un tipo che a stargli vicino viene il prurito. Il papà invece ad avviso della ragazza è un’orchite: lui stesso difatti urla spesso di avere due palle grandi così per significare d’essere propriamente un uomo, un uomo al mille per mille. E le palle grandi nel libro corrispondono ad una malattia definita “orchite”. La madre di Marcellina invece è più complicata, a lei la ragazza ha riservato l’appellativo di “Echinocò” equivalente a cisti echinococcica, quella cosa che secondo il libro ingrossa attaccata al fegato o ai polmoni. La madre però pensa che Marcellina le ha affibbiato un nome antico e mitologico, che so tipo Penelope o Persefone, insomma un nome preso dai libri di scuola…

È godibile e leggero il libro di Sonia Serazzi dedicato alle esperienze di vita della quattordicenne Marcellina Scatalascio. Si tratta delle narrazione, condita con una punta di cattiveria tutta adolescenziale, dei pensieri e delle riflessioni che scaturiscono nella mente di Marcellina dall’esame dell’enciclopedia medica e dall’analisi delle varie malattie rapportate al carattere di individui che circondano la protagonista - io narrante. Le malattie ovviamente sono lo spunto per rappresentare una società meridionale arretrata e chiusa in sé stessa, priva dei valori della cultura e della necessaria riflessione critica sui temi del quotidiano che elabora la noia di vivere attaccandosi a piccole incombenze e a minuti sogni di gloria. Così l’adolescente Marcellina, incompresa e burlona, sopravvive al vuoto esistenziale cui sono avvolti tutti gli abitanti di Simbari Crichi trasformandosi, a seconda delle circostanze, a momenti nell’ingenuo ed ironico Marcovaldo di Calvino campione di spontaneità e purezza di intenti e più spesso vestendo i panni del surreale e metafisico Candido di Voltaire per le dense riflessioni celate all’interno di frasi non certo messe a casaccio dall’autrice ed anzi opportunamente elaborate attraverso l’utilizzo di storpiature dialettali. S’intravede difatti nella narrazione un intento polemico e sarcastico e un desiderio di esprimere verità che, per scelta stilistica e narrativa, non s’intendono definire a chiare lettere.



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