Non c’è una fine

Non c’è una fine

“Vi parlo questa sera di un argomento, l’immensità del quale vorrei che realizzaste appieno”. Sono le parole con cui il 17 dicembre 1942 il ministro degli esteri del governo polacco in esilio rivela al pubblico radiofonico inglese l’immensità dell’orrore, il sistematico sterminio di intere popolazioni dell’Europa Centrale da parte dell’invasore nazista. Sono le parole che Piotr Cywiński sceglie come battuta d’inizio del suo libro. È il Direttore del Museo e Memoriale di Auschwitz–Birkenau e questa sola qualifica richiede una pausa nella lettura, un paio di respiri per ingoiare la bile che prepotentemente si fa strada in gola. Esiste un Museo ed è grande quanto un’intera città, ed esiste un uomo che ogni mattina si reca nel suo ufficio nel più grande cimitero a cielo aperto d’Europa e compie una serie di azioni che sono comuni a tutti i funzionari del pianeta: risponde alla corrispondenza, organizza visite, riceve ospiti, ma dalle sue finestre il panorama è insolito. Ci sono baracche e ciminiere restaurare, ci sono i miseri averi che centinaia di migliaia di persone hanno lasciato sulla soglia delle camere a gas da conservare e proteggere, ci sono documenti da restaurare perché non si deteriorino, ci sono testimonianze di sopravvissuti da archiviare e preservare, ci sono i pochissimi, banali in modo agghiacciante, documenti amministrativi del campo da consultare ogni qual volta si riceve una richiesta di informazioni su un lontano parente, un conoscente…

Quando Piotr si insedia nel suo ruolo il Museo non è ancora una realtà completa, per cui uno dei suoi compiti è stato quello di sistematizzare, archiviare, catalogare, studiare e nel farlo ha indetto un concorso per il logo del Museo, ma nessuno dei grandi artisti che hanno partecipato è riuscito ad andare oltre i simboli: torrette, filo spinato, cancello, rampa, baracche, ciminiere. Cywiński ha intuito, allora, che per far sopravvivere la Storia senza farla diventare vuota iconografia bisogna scavare sotto la superficie. Le baracche sono eterne testimonianze di morte ma per capire l’enormità di ciò che è accaduto bisogna risvegliare i morti, farli parlare, costringerci a guardarli negli occhi, ed ecco che scova la foto che diventerà il simbolo del museo (e l’immagine di copertina scelta da Carlo Greppi, curatore italiano del libro), lo sguardo dolorosamente adulto e consapevole di un ragazzino di 13 anni che si avvia verso la camera a gas. L’opera di ricostruzione che, a settant’anni dalla liberazione di Auschwitz, Cywiński mette su carta è molto complessa e articolata: parte dall’indagare i meccanismi della memoria, quella individuale delle persone che per decenni hanno depositato i propri memorandum presso il centro di raccolta documentale di Auschwitz e quella collettiva, che si trattasse delle memorie dei cittadini che vivevano intorno al campo, di quelle dei membri dei Sonderkommandos che ogni giorno, per anni, hanno trascinato cadaveri fuori dalle camere a gas per portarli verso i forni crematori e poi hanno disperso quintali di ceneri residue nelle Vistola, o ancora di quelle dei sopravvissuti, tutti i ricordi sono stati sottoposti alle maglie strette della realtà, confrontate con migliaia di altre testimonianze, sottoposte a verifica e poi catalogate. In Non c’è una fine Cywiński risponde in maniera semplice ed esaustiva anche alle domande più disarmanti e pertanto viepiù complesse: “Come è stato possibile che nessuno facesse nulla, che un intero popolo aderisse con fervore a questa ideologia bestiale?” e lo fa decostruendo il mito, spogliandolo da ogni mistificazione, anche di quelle a fin di bene e mettendoci di fronte al fatto che se agli individui più mediocri, provinciali, e senza destino, viene data la possibilità di credersi il modello migliore di umanità, quello su cui si costruirà la razza libera da imperfezioni, ebbene ciascun uomo medio aderirà con fervore alla predicazione, perderà il senso del proprio vuoto ruolo di ingranaggio di una macchina produttiva o di contadino senza speranze di riscatto e diventerà l’alacre SS al servizio di un nuovo padrone che lo fa sentire protagonista. Sono molti gli interrogativi che trovano risposta in questo scritto bello, pulito, lineare, estremamente documentato, dai toni pacati e indagatori: “perché centinaia di migliaia di persone, che scendevano dai treni a gruppi di 2000, accolte da poche decine di militari si avviavano senza reagire verso la morte? Come può un essere umano disumanizzarne un altro? Perché il negazionismo? Ma quella con cui ci inchioda alle nostre sedie di iper informati, rete-dipendenti, fruitori compulsivi di informazioni liberamente circolanti è la risposta alla domanda sul perché nessuno fece niente. Ebbene, molti non Ebrei (Giusti tra le Nazioni) rischiarono la propria vita e quelle dei propri familiari ogni giorno per salvare quelle di ebrei, ma cosa ci impedisce oggi di prendere un aereo, volare in Darfur, in Siria, in un qualsiasi villaggio africano devastato dalla guerra e mettere in salvo anche un solo bambino?



 

 

 

 
 
 
 

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