Non chiedermi quando

Non chiedermi quando

Figlia di una pittrice e un etnologo appassionato di Oriente, la bambina che sognava di chiamarsi Maria e di essere invisibile, subisce anche il campo di prigionia in Giappone e ‒ nel 1943 il padre rifiuta di aderire alla Repubblica di Salò – la fame vera, quella per cui si muore. Poi il ritorno in patria, nella villa dei nonni materni in Sicilia, una vita semplice, scandita ancora da quel modo di essere, sobria garbata e riflessiva, fino al trasferimento a Roma col padre (la madre rimarrà in Sicilia) e alla maturità classica. L’ambiente intellettuale che la circonda e di cui piano piano diventa parte integrante la porta ad iniziare la collaborazione con i giornali e poi a scrivere romanzi, saggi e pièce teatrali. Il teatro che ama è quello “sociale”, fatto lontano dalle sale adornate di stucchi, portato in mezzo alla gente e a cui facevano seguito interminabili dibattiti che lei, vittima della sua timidezza, cercava di evitare in tutti i modi. Il suo modo di fare politica. E da quel teatro sono nate alcune delle pagine più bella della nostra letteratura. Non si raccontano episodi, le situazioni scivolano e tornano continuamente attraverso le figure che hanno riempito la vita di questa incredibile donna. Ed ecco Moravia, presente durante la loro lunga relazione amorosa ma anche dopo, quando era già sposato con Carmen Llera, ecco la Morante che era di casa. Pasolini e la Callas, con cui quando erano in viaggio doveva dormire su richiesta dello stesso Pasolini. Continuano così le pagine, alternando ricordi lontani e più recenti senza un filo logico, al servizio e al capriccio di una memoria che ha trattenuto ogni attimo di una vita che definire intensa è riduttivo, ma li rilascia random…

Un viaggio su un treno guidato da un manovratore distratto, un ritorno continuo sui propri passi per riprendere pensieri invece che oggetti. L’idea di partenza nasce da un progetto che a sua volta è nato da un libro della De Gregorio, Cosa pensano le ragazze: le ragazze in questione sono donne dai sei ai 99 anni, le domande (dieci) uguali per tutte. E Dacia Maraini era una di queste ragazze, va da sé che per una protagonista del nostro tempo ‒ una donna che ha attraversato buona parte del secolo scorso frequentando ed essendo lei stessa parte dell’intellighenzia italiana ‒ dieci domande erano poche e da lì l’idea di un proseguimento, senza neanche sapere bene cosa ne sarebbe uscito. Alla domanda su dove sia stata fatta una foto che ritrae Pasolini e la Callas insieme, la Maraini risponde senza esitare che erano in Mali, “ma non chiedermi quando”. Da lì il titolo di quello che è poi diventato un libro. Non un romanzo, non un’intervista ma un componimento, un allegretto con brio se fosse una melodia: veloci ma mai di corsa si snodano i ricordi di una donna che ha vissuto tanto, che la vita l’ha attraversata con garbo, senza mai sgomitare ma lasciando un segno profondo. Un excursus sul tempo attraverso le “persone deliziose” con cui ha fatto dei pezzi di strada. Dice di aver capito la sua strana memoria leggendo Platone. C’è una memoria di pietra, duratura e ingombrante. Una memoria di gesso, che si scioglie alla pioggia. Una terza memoria come un albero su cui si posano gli uccelli quando vogliono. La sua è questa. Non può essere forzata, è libera. Viene quando le pare e mi porta doni straordinari. Per la Maraini il tempo non esiste, è una convenzione comoda ma senza verità e chi ha inventato gli orologi è stato tenero e crudele, tenero per il tentativo di codificare qualcosa di immateriale e crudele perché lo scorrere del tempo ti dice che si avvicina la fine.



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