Non dire madre

Non dire madre
Il suono stridulo delle rotelle di una barella, la coperta numerata di lana ruvida, acque sporche, placenta e un tremore continuo, violento, che non vuole andarsene. C’è una ragazza in un ospedale; sta partorendo. Ha diciannove anni e un incubo negli occhi: non è solo il dolore lacerante della carne; a tormentarla è la paura di diventare madre, lei che ancora non ha smesso di essere figlia. Quel sentimento nuovo deve impararlo, sentirlo sulla pelle, accoglierlo nelle ossa, perché un figlio non si ama prima. Si ama poco alla volta, fino a quando ti rendi conto di essere stata travolta da un amore strabordante che, a quel punto lo sai, ti scorrerà addosso per tutta la vita. E la vita, a volte, te la strappa via. Come a nonna Anna, che non si è ancora rassegnata alla perdita del suo primogenito. Se l’è riportato a casa morto, con la testa adagiata sulle ginocchia, le lacrime silenziose che innaffiavano il suo candore rigido e poi si è fatta venire un esaurimento nervoso, dal quale si è ripresa -perché le madri sono forti, sempre- ma il suo Vincenzo non c’è più e una parte di lei, con lui. E c’è chi i figli li cerca per anni e anni e si fa vecchia con il rimpianto e chi invece li abortisce sul bordo di un gabinetto; chi li attende da lontano, dove sono andati a studiare e chi non li ha visti crescere…
In questa raccolta di racconti il tema della maternità trova un grembo ideale e generoso nel quale si esprime con spontaneità, toccando picchi di maturità che sorprendono in una scrittrice tanto giovane. Dora Albanese, oggi ventiquattrenne, con una sensibilità rara è riuscita a cucire un campionario di storie, facendo sentire pulsante tra l’una e l’altra, la presenza di quel cordone ombelicale che per tutta l’esistenza non soltanto tiene ancorati i destini delle madri e dei figli, ma in un instancabile scambio di sangue e materia, strazio e gioia, esilio e riscatto, lega indissolubilmente la sorte e l’inspiegabile solitudine di chi è figlia e contemporaneamente madre. Dunque il soggetto che si sviscera nelle belle pagine del libro ha a che vedere con qualcosa in più del topos della maternità, perché parla di donne e lo fa senza pudori, con quell’autenticità nuda di cui solo le donne possono essere capaci. Difficilmente ci dimenticheremo dei volti femminili descritti da questa autrice, che mischia il sapore di vicende passate ed evocative con il gusto di favole decisamente attuali, alternando momenti di malinconia e lirismo a sprizzi di freschezza e trovate narrative molto più leggere. Così ci resta appiccicata nella mente l’immagine delle nonne del sud, “grasse e luttuose, con le vene varicose fuori dall’osso e la dentiera in bocca, oppure sul comodino, quando viene la notte”. Ci lasciamo accartocciare il petto mentre ascoltiamo il passo che una figlia dedica alla propria madre: “Mi piacerebbe, cara madre, regalarti una carezza per placare la tua rabbia, e comporti i capelli in una corolla ben fatta, perché ogni madre del sud raccoglie i suoi capelli, e li tiene stretti e composti, in segno di rigidità e di mistero quando cammina per la piazza e cresce i figli. Poi, quando è notte, la corolla si scioglie, e il volto di voi madri, prima duro e impenetrabile, ritorna a essere quello di bambine davanti allo specchio". E ancora, ci commuoviamo di fronte al più struggente di questi volti, quello dedicato a Stigliano e alla Lucania, la terra-madre che ha partorito le donne-madri; l’Altro Luogo, dove tutto ha avuto origine, e dove tutto confluisce; la radice prima della vita e di queste stesse novelle: “Ho sempre creduto, fantasticando, che Lucania fosse il nome di una madonna nata nei Sassi, e morta in quello strapiombo acquoso che è la Gravina. Questa notte ti penso, Lucania cara, con il volto scarno ma roseo, con i lineamenti calcati dal freddo e dall’umidità, coi denti sporgenti, come quelli delle capre che ancora oggi pascolano sui colli materani, con le sopracciglia folte che si uniscono al centro della fronte come fossero la tua aureola scura, e scura è pure la tua pelle, che trattiene il passo degli avventurieri spagnoli, quando ti attraversarono. Sono venuta a renderti omaggio, cara madonna di nome Lucania, partorendo mio figlio sul tuo suolo, restituendoti il dono della mia nascita". Un quadro suggestivo, quest’ultimo, che per chissà quali arcani passaggi, per un istante ci mette in contatto con il mistero della vita, e ci lascia soprattutto un desiderio contaminato di nostalgia di leggere ancora Dora Albanese, magari ripartendo proprio da qui. Per adesso, ci basti attraversare la sua “terra” narrativa e respirarla a pieni polmoni. Ché sa di cose buone, come certe parole stese al sole ad asciugare.

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