Non dire notte

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A Tel Kedar, una isolata cittadina israeliana nel deserto del Negev, Theo è seduto sul balcone di casa, al terzo piano. Guarda il tramonto ed attende il morire del giorno chiedendosi cosa avrà in serbo il futuro. Nel frattempo scende la notte ed in città si accendono le luci, il vento aumenta ed arriva alle narici dell’uomo un odore di cenere e polvere. È la polvere del deserto, che gli fa sembrare quel luogo identico ad uno spazio lunare con delle creature nebulose che lo abitano. La notte è quasi trasparente, una luce argentea si diffonde al di là delle colline e il protagonista pensa a Noa, la sua donna, una donna più giovane di quindici anni, con una pulsione di vita diversa dalla propria. La donna difatti poco prima che Theo sedesse in balcone è passata da una stanza all’altra scaraventando la borsa della spesa e due sacchi di plastica pieni zeppi di cose poi ha fatto scorrere nervosamente l’acqua del bagno e si è fatta la doccia, si è asciugata i capelli col phon e all’indirizzo di Theo ha pronunciato la fatidica frase di ogni sera: “Sono distrutta, sfinita, dai ne parliamo domani mattina”, lasciando il compagno nella solitudine e nell’incertezza…

Non dire notte è un romanzo intimista che scandaglia in profondità i meccanismi comunicativi all’interno di una coppia di coniugi in cui vi è una rilevante differenza di età. Theo difatti è di quindici anni più grande di Noa; è un urbanista con esperienza di vita e intensa attività lavorativa svolta all’estero. Noa è un’insegnante che lavora nella scuola locale, inquieta come la gran parte delle donne che hanno raggiunto un obiettivo lavorativo e piena di entusiasmo per il futuro. Le due personalità, che corrispondono ai due diversi piani narrativi del racconto, si scontrano e ciascuno riproduce, tra le righe, la propria personale verità. La donna cerca di realizzare le proprie individuali aspirazioni indipendentemente dal compagno che, a suo avviso la tratta puerilmente: l’uomo avverte la perdita di prestigio agli occhi della donna determinato dall’età e dall’essere in pensione, entrambi, in una paola, sono alla ricerca di un equilibrio nel rapporto. Il profilo psicologico dei personaggi tracciato dall’autore è mirabile e tra i due protagonisti, a predominare è Theo, con doti di comprensione, dedizione, pazienza verso la giovane compagna. Il sentimento di Noa invece è un sentimento di apertura verso la vita, verso il prossimo, verso la comprensione del mondo. Amoz Oz cela la sua presenza ora nell’uno ora nell’altro dei suoi personaggi come ogni grande scrittore che non teme di rappresentare i moti dell’animo umano che siano appartenenti al genere maschile o a quello femminile. Della donna delinea la fragilità e l’inesperienza, talvolta sottolineando anche l’ostinazione e la caparbietà tipiche dell’universo femminile, dell’uomo traccia la rudezza e la saggezza. Il merito del superamento della “crisi coniugale” è tuttavia da attribuire interamente all’uomo, a Theo che pazientemente, tutti i giorni mentre Noa è al lavoro: cucina, pulisce le tazze, mette i libri in ordine sugli scaffali, mette a posto le carte che la compagna lascia in disordine e prepara, quale tenero omaggio alla compagna cui è devoto, “insalata geometrica con i rapanelli tagliati a bocciolo di rosa, e formaggi, e pane fresco tagliato sul tagliere di legno” mostrando, in uno con l’autore, l’intelligenza e l’utilità di un rovesciamento di ruoli spesso necessario per superare ostacoli che altrimenti, e con diversi accorgimenti, diventano impossibili anche solo da affrontare.



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