Non intendo tacere!

Non intendo tacere!

La giovinezza è la gioia, il profumo, la speranza della vita, la promessa di un bocciolo che diventerà fiore, la salute, la bellezza, la felicità, l’inizio del libro, l’avvincente prima pagina che si legge senza far fatica, l’alba di un giorno in cui il cuore si leva contento: l’unico rimpianto è non poterla rivivere. Ma non credano i giovani che tutti i più adulti aspirino a essere loro modelli. Anzi… Tom Verlaine è appena partito per il paese dell’eterna pace ed ecco che nasce sulla sua bara appena chiusa una incredibile leggenda. Quella del solitario, che disdegna la folla, la plebe, la massa, che ha vissuto nell’altero sogno della sua opera senza mai abbandonarla o comprometterla in nessun modo, imprigionato in quella torre d’avorio di cui solo gli iniziati hanno la chiave… Perché l’incontro con un cane abbandonato nel tumulto della via fa venire un colpo al cuore? Perché la vista di un animale disperato per il padrone che non riesce a ritrovare genera angoscia insieme alla pietà? Perché il ricordo di quel cane smarrito toglie il sonno e preoccupa? Cosa sta facendo? Dov’è? Qualcuno lo ha preso con sé? Lo nutre? O sta morendo di fame e freddo sul ciglio della strada? Perché nella memoria si annida una grande tristezza per quei cani senza padrone incontrati per via anche dieci o venti anni prima e la cui sofferenza è rimasta impressa come quella di un esserino che non può parlare e alle cui tribolazioni nelle città non viene dato ascolto? Perché non è possibile sopportare l’idea che un animale patisca, tanto che di notte, d’inverno, ci si alza dal letto caldo per assicurarsi che il proprio gatto abbia l’acqua nella ciotola? L’amore per gli animali è fratellanza e solidarietà universale, senza barriere, è, come tutti gli altri sentimenti, bislacco e sublime, colmo di insensatezza e dolcezza, capace delle più grandi stravaganze, ma anche della più assennata e più ferma volontà… Ci sono voluti secoli perché le opere letterarie e d’arte diventassero finalmente una proprietà, avessero finalmente un valore commerciale che non si potesse rubare al proprio vicino senza esporsi al rischio di venire giudicati dalla legge. E ancora oggi questa proprietà è riconosciuta solo in parte, perché dopo qualche decennio dalla morte dell’autore l’opera cade nel pubblico dominio. Così se si possiede una casa nessuno potrà permettersi di toglierla ai legittimi eredi, ma un giorno il possesso di una pièce verrà loro inevitabilmente negato. Eppure l’autore non ha profuso solo lavoro manuale per realizzarla, ma ci ha messo il cuore, la mente, tutta la sua vita…

“Le Figaro” è il più longevo quotidiano di Francia tra quelli ancora oggi reperibili in edicola e uno dei più autorevoli e venduti. La sua storia è travagliata: nasce nel 1826, principalmente come foglio satirico, cambia sede, formato e linea editoriale più volte e infine la tradizione lo accosta al centrodestra transalpino, in contrapposizione con lo storico rivale (benché la sua vicenda sia molto più giovane, e nonostante sia nato per volontà di De Gaulle, che certo non era di sinistra) “Le Monde”. Nonostante questo, sulle sue colonne tra i numerosi intellettuali che vi hanno scritto non ne manca più di qualcuno dalla visione del mondo piuttosto diversa: Jean-Paul Sartre, per esempio, e prima ancora Zola. Ateo, anticlericale, convinto animalista e simpatizzante socialista, l’autore dell’Assommoir e di moltissime altre opere tra il milleottocentonovantacinque e l’anno successivo – più di dodici mesi prima, dunque, del suo famoso J’accuse!, lettera aperta edita sulle colonne de “L’Aurore”, giornale socialista scomparso nel 1914, “rinato” trent’anni dopo e poi rilevato proprio dalla proprietà del “Le Figaro”, e indirizzata al presidente della repubblica Faure contro il razzismo antisemita che rovinò la vita al capitano Alfred Dreyfus, accusato ingiustamente di tradimento – pubblica vari articoli in cui dice la sua su tutto. I giovani, la religione, il papa, la cultura, la politica… Pezzi – otto, in questa edizione che per la prima volta li raccoglie e riproduce integralmente – che hanno più di cent’anni e sembrano scritti domani, perché certe pecche della società ancora non sono state risolte, anzi, se possibile, taluni difetti si sono accentuati, molti problemi sono rimasti dannatamente attuali e irrisolti. Zola è e vuole essere testimone della storia, la vuole raccontare, perché le parole non dette, specie se si ha consapevolezza di quel che non va e si hanno i mezzi per esprimere la propria indignazione, sono colpevoli. Inoltre è un naturalista, e dunque la narra con l’occhio dello scienziato di fronte al microscopio: lascia che i fatti parlino, porta alla luce mali e ipocrisie, con asciuttezza, con i sensi aguzzi di chi è profondamente calato nel suo tempo, e prima di parlare pensa e ascolta. In questo modo la cronaca e la critica diventano inevitabilmente raffinata saggistica, e alta e coinvolgente letteratura: in particolare L’amore per gli animali, del ventiquattro di marzo del 1896, non ha nulla da invidiare al miglior Dickens o al Leopardi della Ginestra, commuove ed emoziona.



 

 

 

 
 
 
 

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