Non luogo a procedere

Non luogo a procedere

“Sottomarini usati – compro e vendo”: è la singolare inserzione che appare sul “Piccolo banditore” il 26 ottobre del 1963. Un uomo, ossessionato dalla guerra, ha deciso di dedicare la propria esistenza alla costruzione di un museo a Trieste in cui vengano collezionati oggetti bellici: sottomarini, carri armati, autoblindo, cannoni, fucili, pistole, archi, asce, coltelli, elmetti, divise. E all’entrata del museo dovrà campeggiare l’insegna: “Ares per Irene ovvero Arcana Belli. Museo totale della Guerra per l’avvento della Pace e la disattivazione della Storia”. È infatti il raggiungimento di una pace totale, l’obiettivo di cotanta impresa; la costruzione di un enorme archivio degli orrori che possa fungere da monito per l’umanità. Durante le sue ricerche l’uomo si è anche imbattuto nella vicenda della Risiera di San Sabba, un edificio che durante la Seconda guerra mondiale ospitò un forno crematorio – l’unico in Italia – in cui trovarono la morte partigiani, ebrei e antifascisti. Ma la sua impresa non riesce, perché l’uomo trova la morte in un incendio proprio all’interno del museo, all’interno di una bara che aveva scelto per dormire. Così l’incarico di elaborare il progetto del museo passa a Luisa, nipote di una donna uccisa a San Sabba…

Ha un sapore tutto novecentesco Non luogo a procedere, romanzo frantumato, frammentato e polifonico che Claudio Magris dedica al grande tema che ha caratterizzato il ventesimo secolo: la guerra. Attraverso la costruzione di un museo in cui vengono conservati cimeli bellici di ogni luogo e ogni tempo, il protagonista, che rimane senza nome, vuole costruire un luogo che testimoni gli orrori prodotti da ciò che Filippo Tommaso Marinetti definiva “la sola igiene del mondo”. E la testimonianza avviene attraverso le armi, strumenti di morte che l’umanità ha saputo costruire per autodistruggersi: un “U Boot 20” della marina austroungarica; un “AB 41”, auto blindata usata dall’esercito italiano nella Seconda guerra mondiale; un “Panzerabwehrkanone”, cannone anticarro dell’esercito nazista. Ma il protagonista, ci dice lo stesso Magris nella postfazione, un nome ce l’ha: si tratta del professor Diego de Henriquez, morto realmente in un rogo nel 1974, il quale dedicò la sua vita alla costruzione di un luogo che portasse ad una pace duratura e totale. Alla sua voce s’intreccia quella di Luisa, la cui esistenza ha radici nella dolorosa esperienza della Shoah. Spetta a lei portare avanti l’impresa del professore e aprire una finestra sulla triste vicenda di San Sabba, rompendo un colpevole silenzio interrotto soltanto dalle scritte dei deportati sulle pareti degli stanzoni della Risiera, riportate dal professore nei suoi diari. E attraverso una scrittura potente e al contempo intima e lacerante, Magris compie un personalissimo processo alla Storia, alle sue dinamiche distorte, ai suoi tributi di sangue e lacrime. Ma il risultato è sempre il medesimo. La Storia è implacabile e spesso bugiarda. Per questo il giudice non può che dichiarare l’impossibilità del processo, la mancanza di colpevoli. Il non luogo a procedere, appunto



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER