Non ora, non qui

Non ora, non qui
Un uomo tiene nella mano una foto: riprende un pezzo di strada a lui nota, quella del bar dei pasticcini della domenica, un autobus immobile alla fermata, e tra la moltitudine dei visi quello di una donna. Sua madre. A partire da questo immoto frammento di pellicola, una voce ricorda l’infanzia di un sé bambino che tra le labbra aveva un inciampo: quando si trattava di parlare “mentre la mente comandava la prima lettera, la bocca premeva per emettere l’ultima”. Balbuziente per fretta di concludere, questo bimbo assorto e riflessivo vive in un mondo di non detto, di non espresso, vive di colpe per peccati non commessi, di uno straziante amore per la madre, di scossoni al solo sentir pronunciare il suo nome durante l’appello in classe. Corporatura esile, inciampo della parola, e una finestra sul vicolo alla quale volgeva il suo sguardo quando il mondo intorno sembrava davvero farsi intollerabile e troppo doloroso. Sullo sfondo di una vicenda comune nel dopoguerra (una famiglia che caduta in povertà durante la guerra ritrova il suo decoro economico tornando a vivere in quartieri benestanti), come in un bassorilievo emerge il vissuto emotivo delle vicende da parte del bambino: la madre è il suo punto di riferimento, il suo giorno, la sua notte, fonte inesauribile di gioie ma anche di mortificazioni. A partire dalle parole materne, il bambino immagina, rivive, o vive per la prima volta le ingiustizie e il dolore del mondo. Ed è alla memoria di una madre partecipe ma rigorosa, che un figlio ormai invecchiato e sul punto di morire rivolge il suo appello, il suo richiamo: un accorato invito all’ultimo saluto...
Un esordio favoloso Non ora, non qui di Erri De Luca: Napoli è protagonista nell’atmosfera del vicolo, nel mare che ruba l’amico, nella voce e nelle sgrammaticature della donna di servizio Filomena. Torneranno le stesse atmosfere e alcuni personaggi nei successivi romanzi di Erri De Luca, torneranno in Tu, mio e in Montedidio e l’Italia si accorgerà di avere ancora uno scrittore saldamente ancorato a una tradizione di uomini concreti, impegnati, leali. Ma in questo esordio lo stile di De Luca è un puro distillato emotivo di parole. Parole essenziali, condensate, quasi corporee nella loro solidità, ma che narrano un tempo della memoria strettamente allacciato a un visione onirica del presente, in un impasto stilistico fatto di piani sequenza che si susseguono come in una proiezione filmica del ricordo. Un libro indispensabile per chi non ha ancora letto nulla di De Luca. Indimenticabile e commovente, da leggere e rileggere ancora, proprio ora, proprio qui.

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