Non piangere coglione

Non piangere coglione
Andrea Morini abita a Milano, ha poco più di trent’anni ed è un attore al momento disoccupato. Vive da solo dopo essere fuggito da varie donne e sempre quando si profilava all’orizzonte la possibilità di diventare padre. Non perché ad Andrea Morini non piacciano i bambini, anzi. Gli piacciono così tanto che vorrebbe lui stesso diventare madre. Ecco il punto: Andrea non è affatto interessato alla paternità, quello che lo incuriosisce fino all’ossessione è il processo misterioso e tutto femminile che rende il corpo delle donne capace di procreare. Ossessioni, dicevamo. Di ossessioni Andrea ne ha abbastanza da mandare in solluchero uno strizzacervelli, ma per fortuna di strizzacervelli in questa storia non ce ne sono. Però c’è Lena che, per la gioia di Andrea, è incintissima di otto mesi. Non vi racconto il modo in cui Lena e Andrea si conoscono, anche se è, letterariamente parlando, molto riuscito. Diciamo solo che c’è di mezzo Paul Auster e il suo libro Trilogia di New York. Sapete, quella faccenda di assecondare il caso rispondendo a una telefonata che non era destinata a te. Comunque, Lena e Andrea prendono a frequentarsi a casa di lei a Genova, nonostante un marito un po’ distratto e poco interessato alla maternità della moglie e che, in effetti, uscirà ben pesto di scena. Andrea invece è interessatissimo al pancione di Lena e lei sembra comprendere e assecondare questa strana passione. Ma non sarà che Lena si sta cacciando in una situazione pericolosa? Non sarà che forse sta mettendo a rischio la stessa incolumità della bambina? In fondo l’uomo che si è preso in casa è pur sempre un tizio che si masturba annusando la confezione della crema antismagliature…
Ah, beh, se è per questo Andrea Morini si masturba anche immerso nella vasca da bagno canticchiando l’Internazionale, ma non lo considereremo certo un mostro per queste ragioni. Al contrario, sappiate subito che Andrea Morini è uno dei personaggi letterari meglio riusciti degli ultimi anni. Va da sé, quindi, che questo libro di esordio di Amedeo Romeo è uno dei debutti più entusiasmanti che ci sia capitato di leggere negli ultimi tempi. Perché fa ridere, perché lo leggerete con la stessa voracità con cui trangugiate le tartine a un happy hour. Eppure è un libro che affronta temi serissimi come la genitorialità, le differenze di genere, l’epocale cambiamento avvenuto dopo il femminismo nei rapporti uomo-donna, la vita, la morte. Ma lo fa solo ed esclusivamente attraverso l’azione letteraria, con una narrazione in prima persona che ipnotizza il lettore e dialoghi degni del miglior Woody Allen. Sapienti flashback che ci permettono di ricostruire i momenti salienti della vita del protagonista, si alternano ad un presente concitato fatto di viaggi in treno fra Milano e Genova, la Genova dei vicoli, umida e afosa, come quella cantata da Paolo Conte e Fabrizio de Andrè. E proprio dalle liriche di una canzone di Conte, "Una faccia in prestito", è tratto il titolo del libro. Amedo Romeo, quarantenne milanese autore e regista teatrale che in passato ha scritto anche libri per bambini e ragazzi, ci ha regalato un libro straordinario fatto di teneri e folli personaggi borderline portatori di caos e saggezza. Ah, certo, se siete dei benpensanti un po’ reazionari, di quelli che sanno perfettamente dov’è il confine fra giusto e sbagliato, fra sanità e pazzia, fra una crema antismagliature e qualsiasi altro oggetto erotico, ecco, forse voi è meglio che lasciate perdere questo libro.

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