Non sapevamo giocare a niente

Non sapevamo giocare a niente

Emma, Helena e pidocchio vivono stipati in una squallida stanza fronte strada senza neppure una finestra nel quartiere più povero di Bogotà. Dovrebbe occuparsi di loro la signora Maria, una donna indurita dalla miseria e dalla fatica, spesso via di casa, tanto che i bambini sembrano venir su da soli, carichi di incombenze e di pesi; anche Emma, la più piccina, di circa quattro anni, è costretta a fare la spola tra casa e discarica per vuotare il vaso da notte ricolmo di escrementi, lo sorregge a fatica con le braccia minute. Ciascuno di loro ha dei compiti da svolgere se vuole sopravvivere e non essere punito. Un giorno si presenta in casa un signore lustro e benestante, lascia del denaro alla signora Maria e si riprende pidocchio, figlio illegittimo per il quale ha in mente un’altra vita. Le sorelline si disperano, anche la signora Maria mostra per la prima volta segni di umanità e cedimento. Comunque sarà l’inizio di qualcosa di meglio: una partenza a dorso d'asino verso Guateque, vestiti nuovi, una grande casa in cui vivere, un lavoro dignitoso per la signora che si troverà a dirigere la cioccolateria del paese. Ma quella parvenza di stabilità conquistata a fatica si spezza con l’irrompere di un evento indesiderato, segue l’abbandono repentino del paese per evitare lo scandalo. Il capolinea sarà ancora una volta la miseria, la sporcizia, la lotta quotidiana per una una zuppa scarsa di mazamorra. La signora Maria, già anaffettiva, si incattivisce fino alla brutalità, al colmo del rancore e dell’insofferenza verso le piccole, maltrattate e vissute come un peso, finisce con l’abbandonarle in una stazione ferroviaria alla mercé dei passanti…

Emma Reyes narra la sua infanzia all'amico German Arciniegas attraverso una ventina di lettere che coprono un arco temporale di circa un trentennio a partire dal '69. Nonostante la forma epistolare (il libro è anche corredato da bozzetti dell'autrice), Non sapevamo giocare a niente risulta tuttavia di una tale fluidità narrativa da sembrare un unico lungo scritto. Colpisce il timbro ingenuo, pacificato, con una suadenza di fondo che ripercorre le dinamiche del pensiero infantile, evocando, attraverso la voce del narratore adulto, il narratore bambino, a cui il lettore si affeziona sentendolo tenero, buffo, bisognoso di un abbraccio materno. La parte più toccante della vita di Emma si svolge in un convento ibrido tra lager e fabbrica, dove, oltre rare figure caritatevoli e luminose, le bambine vivranno in un totale isolamento affettivo e culturale: in pratica da carcerate, costrette ai lavori forzati secondo una logica produttiva che mortifica il vangelo, vissuto dalle suore in modo oscurantista e medioevale. In definitiva uno scritto particolarmente felice, seppure costituisca l'unica opera letteraria di una artista che raggiungerà la fama nella Parigi feconda e cosmopolita degli anni '50 come pittrice, allacciando amicizie con i maggiori artisti dell'epoca, tra cui Picasso e lo scrittore Moravia. Ultima curiosità: è il primo libro di un'autrice femminile pubblicato da SUR edizioni. Consigliato ai teneri di cuore, quelli che hanno patito per le vicissitudini di Candy Candy e David Copperfield.



 

 

 

 
 
 
 

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