Non si deve morire due volte

Non si deve morire due volte
C’è una casa, nel bosco, e nella casa una bambina bellissima e pura, il cui corpo viene usato per sedare le voglie animalesche di pedofili danarosi. C’è una sposa assassina, che piange senza consolazione lo sposo da lei stesso freddato davanti all’altare. C’è un galeotto assoldato come sicario e un inquietante individuo dal cuore di ghiaccio e dagli occhi impassibili come quelli della Morte. C’è uno stupratore decapitato e una donna che cova da anni un amore impossibile – o quasi. Ci sono vecchi dolori e nuove minacce, e sopra a tutto c’è quel buon diavolo dell’ispettore Méndez, poliziotto apparentemente “agonizzante” ma abbastanza in forma – acciacchi a parte – per trovare il bandolo della matassa di una vicenda ingarbugliata come poche, piena di personaggi e comparse presi nelle spire di un piano criminoso che potrebbe avere conseguenze inenarrabili...
Ha settantatre anni, Francisco Gonzáles Ledesma, ma non dategli del vecchietto: bastano poche pagine delle sue per capire che questo barcellonese biancocrinito può mangiarsi in un sol boccone molti dei suoi colleghi più giovincelli. Sarà che aver vissuto un periodo tanto tormentato e pericoloso come quello della dittatura, “quando Franco faceva l’inviato di Dio in Spagna”, non può non aver avuto conseguenze in termini di grinta e rabbia. Sarà che il talento, come la classe, non è acqua, e non bastano certo rughe e reumatismi per farlo appassire. Così, la nuova avventura della sua creatura forse più celebre, l’ispettore Méndez (“buona vista, buona mira e pessimo carattere”), si muove senza il minimo affanno (come spesso accade nei suoi romanzi) in un dedalo di storie parallele che si alternano e si sovrappongono, si incastrano inaspettatamente e convergono nel finale – una tecnica, questa, che evidentemente produce tensione e che viene utilizzata con classe e scaltrezza, in un montaggio alternato che incatena e strega l’attenzione senza lasciare scampo. Un plot complicato, certo, ma non cervellotico o forzato, e per di più animato dall’incomparabile spirito corrosivo dell’autore, caustico osservatore del mondo che lo circonda, capace di cogliere con prodigiosa puntualità il marcio e il sordido che si annida nella normalità, oltre che attentamente sintonizzato sugli orrori/errori della Storia (dalla dittatura di Franco al terrorismo islamico), sebbene si muova in un genere letterario cui non si richiede particolare impegno ideologico. Uno romanzo teso quanto disincantato, e mosso da una palpabile amarezza di fondo che il prevedibile trionfo di Méndez non può dissipare.

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