Non so parlare sottovoce

Non so parlare sottovoce

15 ottobre 1967. Quella mattina Edmondo Fabbri prende da parte il ragazzino di Piombino e lo catechizza a dovere. C’è la Sampdoria da affrontare, per il Toro. C’è Roberto Vieri da marcare stretto, mica uno qualsiasi. Il ragazzino non ha paura. Sta per fare il suo esordio in serie A. Corre a comunicarlo a sua mamma per telefono. Lei gli suggerisce di dare subito una pedata nei coglioni a Vieri nel caso quello volesse prendere il sopravvento. Ma non ce ne sarà bisogno. Il Toro vincerà quattro a due e saranno solo pacche sulle spalle per quel ragazzino, Aldo Agroppi, che improvvisamente ha superato la sua prova del fuoco, improvvisamente è diventato uomo. Ma il vero test per lui e per tutta la squadra sarà purtroppo quella sera. Fabbri da mesi ha subodorato oramai che dopo le partite interne mezza squadra fa nottata in discoteca anziché ritrovare la serenità delle rispettive famiglie. Perciò ha preso quella drastica e ineluttabile decisione. Tutti in albergo in ritiro fino al lunedì mattina. Eppure, inspiegabilmente quella sera anche l’irreprensibile Fabbri – che non si perdonerà mai quella debolezza – acconsente, forse complice la vittoria, ad un “rompete le righe” chiesto a gran voce da tutta la squadra. Così lasciano tutti l’albergo. Purtroppo anche Meroni e Poletti. E insieme attraversano corso Re Umberto al buio, proprio mentre un’auto la percorre a grande velocità falciando per sempre il mito di Gigi Meroni e infierendo un altro durissimo colpo ad una squadra già terribilmente provata dall’inspiegabile tragedia di Superga. Per il giovane Agroppi quell’esordio rimarrà amarissimo e segnerà per sempre la sua fulgida carriera appena cominciata di calciatore e di allenatore poi, ma soprattutto forgerà e illuminerà per sempre il suo cuore granata oltre che il suo carattere da combattente mai domo...

Aldo Agroppi, indimenticata bandiera granata (e del Perugia), poi allenatore e commentatore tv, affila penna e lingua e si concede a cuore aperto in questa autobiografia neanche a dirlo senza peli sulla lingua. La sua vis polemica è nota a tutti e certo i suoi fan non resteranno delusi da questa sua confessione fiume su tutto il mondo del calcio ma non solo. Perché Agroppi è capace anche di raccontare e raccontarsi nella veste meno nota, quella dell’uomo fragile, attanagliato da mille dubbi e debolezze tali da allontanarlo improvvisamente dal suo mondo, fragilità che spiazzano chi dal di fuori ne ha sempre seguito l’indomito spirito da combattente sia sul campo che davanti ad un microfono. Ma la sua è anche una panoramica nostalgica ma non troppo su un calcio oramai lontano anni luce da quello attuale, dal quale Agroppi prende nettamente le distanze, un calcio di storie di veri campioni e uomini indimenticabili – da Lido Vieri a Scirea, da Valcareggi a Edmondo Fabbri –, compagni di viaggio e di vita di un’avventura straordinaria, di un viaggio lungo e tortuoso fatto di tante cadute e di altrettanti trionfi. Una vita controcorrente, che come dice Ormezzano nella prefazione “[…] è tutta da leggere, da suggere, da metabolizzare”.



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