Non sono venuto a far discorsi

Non sono venuto a far discorsi

Il primo discorso il giovane Gabriel lo tiene alla consegna dei diplomi al Liceo Nazionale maschile di Zipaquirá. In quell’occasione lo dice chiaramente, che non è lì per fare discorsi. Intende dire che non se ne sta sul pulpito come un retore o un oratore posticcio con scartoffie in mano a sciorinare pensieri alti e preconfezionati. Da allora, fa sempre più o meno così, senza alcuna carta scritta che gli impicci l’ispirazione del momento perché quel che deve dire ce l’ha sempre in fondo al cuore ed incrocia invariabilmente tre cose: l’America Latina, l’utopia e la poesia. A Caracas, nel 1970, durante un discorso tenuto nell’Ateneo della capitale, svela: “ho iniziato a essere scrittore nello stesso modo in cui sono salito su questo palco: per forza”. E più avanti: “il mestiere dello scritture è forse l’unico che diventa più difficile quanto più lo si pratica”. Nel 1972 al conferimento del II premio internazionale di narrativa Rómulo Gallego per Cent’anni di solitudine dice: “Ho sempre creduto, contrariamente ad altre opinioni molto rispettabili, che noi scrittori non siamo al mondo per essere incoronati d’alloro e molti di voi sanno che ogni omaggio pubblico è un inizio di imbalsamazione”. A Stoccolma, nel 1982, durante la cerimonia di conferimento del premio Nobel per la letteratura non si irrigidisce dentro discorsi ingessati. Davanti a quel pubblico severo parla di utopia e dice: “Di fronte a questa sconvolgente realtà che nel corso di tutto il tempo umano è dovuta sembrare un’utopia, noi inventori di racconti, che crediamo a tutto, ci sentiamo in diritto di credere che non sia troppo tardi per iniziare a creare l’utopia contraria. Una nuova e impetuosa utopia della vita, in cui nessuno possa decidere per gli altri perfino sul modo di morire, dove sia davvero reale l’amore e sia possibile la felicità, e dove le stirpi condannate a cent’anni di solitudine abbiano, finalmente e per sempre, una seconda opportunità sulla Terra”. A l’Avana nel 1985, durante il II incontro di intellettuali per la Sovranità dei popoli d’America si lancia in un appassionato discorso sulla profondità della cultura latinoamericana, una “cultura di resistenza che si esprime nelle latebre del linguaggio, nelle vergini mulatte - le nostre patrone artigianali - veri e propri miracoli del popolo in contrapposizione al potere clericale colonizzatore”…

Non sono venuto a far discorsi non potrebbe essere titolo e affermazione più contraddittoria. Gabriel García Márquez infatti discorsi ne ha tenuti tanti, tutti a modo suo, al pubblico più disparato e con quell’inclinazione da poeta che gioca con le parole prendendole tremendamente sul serio. In faccia ai militari dice no alla guerra ed alla corsa agli armamenti, all’atomica ed ai pistoleri USA; ai baroni della cultura dice che i cenacoli tra intellettuali sono le cose più inutili del mondo e che tanto varrebbe non tenerne affatto. A tutti fa capire che le parole, da sole, non bastano. Che ci vuole qualcosa di più. Ci vuole cuore, ci vuole passione, ci vuole necessariamente qualcosa da dire. I suoi discorsi sono improvvisazioni sul tema eppure hanno tutti una chiave di lettura costante e coerente in cui l’America Latina e la centralità della poesia nel mondo e nell’animo degli esseri umani - muse, entrambe, feconde e gravide - diventano il pozzo cui attingere per trovare le parole e rinnovare un dialogo sempre aperto sulla bellezza e la potenza prorompente dei sogni e dell’utopia. Il Gabo che parla non si scosta dal Gabo che scrive. C’è sempre una vena di sogno, un filo di ironia, l’impeto della denuncia. Racconta aneddoti della sua vita e li intreccia ai destini del mondo nella maniera in cui solo le persone non comuni riescono a fare. E il Gabo era così, anche quando teneva i suoi discorsi brevi e pindarici, tutti intarsiati di un velato ottimismo non perché ci fosse qualcosa da rallegrarsi, ma perché i sognatori questo sono: incrollabili fedeli di un domani migliore

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