Non sparate sul regista

Non sparate sul regista

Un uomo in piedi sopra un lucernario. Non si sa bene come sia arrivato lì sopra. Nel corso di una rapina in una banca una donna incinta che si trova lì perché in quel malaugurato momento deve fare un versamento disturba la suddetta rapina perché le si rompono le acque. Il rapinatore cattivo vorrebbe farla secca, ma quello buono si prodiga per aiutarla, e il buono finirà sicuramente stecchito. Invece l’industriale cinico è un personaggio bizzarro, quasi sempre è obeso e pur di risparmiare un centesimo costruisce palazzi che crollerebbero da un giorno all’altro e vorrebbe distruggere il mondo. Nel frattempo è però un po’ miope perché per risparmiare il centesimo di prima ha perso milioni in cause legali. Dal canto suo il tassista, quando è immigrato, è di norma rigorosamente o un indiano dalla dizione improbabile o un italiano di quarta generazione con la coppola e l’accento di Tony Soprano (doppiato in italiano), undici figli e ovviamente vittima delle lamentele della moglie che cucina sempre; quando è americano invece è o un obeso con la camicia hawaiana o un nero di Harlem, logorroico e dalla faccia simpatica che ti chiama “fratello”. Poi ci sono il serial killer, il barista filosofo, il cameriere che vuole fare l’attore, l’assaggiatore di droga, lo spacciatore sudamericano, il poliziotto della disciplinare, l’informatico… Non mancano però anche i luoghi tipici dove questa “strana” umanità gira e si ritrova: il bar dei poliziotti (voi frequentereste nel tempo libero un posto dove vanno tutti i vostri colleghi?), il motel dove vanno a dormire gli assassini seriali, il carcere, la palestra di boxe… E figurarsi se potevano non esserci le situazioni clou: il countdown esplosivo, l’auto che non parte nei momenti topici, l’inseguimento automobilistico, quello a piedi, la macchina della verità…

Il cinema americano è composto di numerosi e inverosimili cliché, tutti rigorosamente declinati in un numero (circoscritto) di varianti che hanno portato i generi a sembrare sempre uguali a loro stessi. Oddio, in teoria i generi sarebbero recintati e condannati a una serie di meccanismi precisi, altrimenti non verrebbero definiti generi, ma questo però non dovrebbe essere avulso dalla qualità della scrittura e dall’originalità. E più il cliché viene rispettato rigorosamente, più lo spettatore sa come il film andrà a finire. Simone Cerri ne ha ricostruito alcuni elementi tipici e topici in un libro umoristico di raro divertimento per il settore, che mette alla berlina gli elementi principali del discorso e soprattutto ne svela le magagne, gli aspetti ridicoli. Attraverso una struttura semplicissima ogni paragrafo prende in giro una tipologia di personaggio, un luogo o una situazione caratteristica di quei film d’azione, strappalacrime, di quei thriller sui serial killer, di quelle pellicole in cui ci sono rapine e poliziotti che sappiamo tutti sempre come si concludono prima ancora che inizino ma chissà perché li continuiamo a vedere e rivedere. Film in cui le situazioni se davvero accadessero nella realtà difficilmente avrebbero l’epilogo che vediamo sullo schermo: pensiamo in particolare all’eroe. Di solito gli sparano addosso più e più volte, poi insegue o è inseguito dalla polizia, a seconda se è il malvivente o il poliziotto ad essere l’eroe del film, e per chiudere il tutto finisce in acqua con la macchina. Che esplode. Ecco, lui – il protagonista (altrimenti non sarebbe il protagonista) ‒ sopravvive. Sempre. Comunque. Con al massimo qualche graffio. Questo è l’esempio più eclatante, come quelli che con venti o trenta pallottole in corpo continuano tranquillamente a correre e a sparare. Molti dicono, “Eh, vabbé, è l’adrenalina che fa fare certe cose!”. Ma anche no. Un cinema, quello messo alla berlina in Non sparate sul regista (anche se in certi casi verrebbe voglia di farlo… Scherziamo, ovviamente!) che ripropone sempre lo stesso linguaggio, a cui siamo più che abituati, ma lo guardiamo nonostante continuiamo a lamentarci, mentre lo stiamo guardando per inciso, ripetendo ogni volta che certi film sono sempre tutti uguali. Eppure non smettiamo di lasciarci convincere. Perché? Ai posteri l’ardua sentenza.



 

 

 

 
 
 
 

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