Non vi lascerò orfani

Giannarosa, anche detta la Gennerosa per le sue forme abbondanti, non era una donna che poteva passare inosservata. Persino la dottoressa che l’ha vista morente ha detto: “Era molto simpatica”. Bella, nata per sposare un principe, aveva invece sposato Ludovico Bignardi,  detto Vico, entusiasta rappresentante di mangimi per animali, che, come tutti i Bignardi, era “bestia ed egoista” e corteggiava ogni donna, bella o brutta che fosse, per puro spirito di galanteria. La Gianna, come la chiamava Vico, non si era mai laureata (nonostante avesse portato a compimento l’astrusa tesi su Abel Hermant assegnatale da Carlo Bo), ma aveva avuto due figlie (anche se “basta farne uno per far vedere che si è capaci”) ed era diventata la capa di tutte le maestre nella provincia di Ferrara. “Bela burdela fresca e campagnola daj occ’e dai cavel com’e’ carbon, da la boca piè rossa d’na zarzola te t’si la mi’passion!” cantavano all’unisono e senza stonare nella Millecinque. Era il 1969 e la famiglia Bignardi (papà Vico, mamma Giannarosa e le due figlie Donatella e Daria) era al completo. Ma cosa resta, di una famiglia, quando i genitori non ci sono più? Vico se n’è andato già da alcuni anni, ma è la morte di Giannarosa ad accendere nelle figlie il bisogno di capire, l’esigenza di ricordare e di amare. Capire chi era davvero Giannarosa, perché da ragazza piena di vita e di amiche si era trasformata in una madre ansiosa e pessimista, comprendere di cosa si costituisce il rapporto tra madre e figlia, e anche cosa resta veramente delle discussioni, dei natali, delle telefonate...

I ricordi: i ricordi delle vacanze, delle serate davanti alla tv, dei modi di dire, delle urla e delle risate. Ricordi che, per quanto singolari, non sono individuali ma comuni ed appartengono, in qualche modo, all’esperienza collettiva, alla memoria di ciascuno. Daria Bignardi ci fa entrare, attraverso la propria famiglia, nella famiglia di ognuno di noi, in quel gomitolo di ricordi difficile da sbrogliare fin quando non si trova il bandolo della matassa, che spesso coincide con l’addio. Ma anche la morte diventa ricordo e verrà tramandato, accompagnandoci e facendoci scoprire che anche il più distratto dei genitori (come Giannarosa, che faceva le cose migliori “senza guardare”) non ci lascia orfani. Un libro da leggere in un pomeriggio, per poi rileggerlo: come quei film che, alla fine, ci sorprendono regalando un senso inaspettato a tutto il primo tempo e ci mettono voglia di rivederlo daccapo. Come si fa con i ricordi.



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