Nonsolodue

Nonsolodue

Per “elasti-girl” e per quelle come lei, il giorno dovrebbe durare minimo quarantotto ore: due vivacissimi figli-hobbit rispettivamente di sei e tre anni; impiego a tempo pieno come giornalista finanziaria; un marito decisamente part time, puntualmente in volo per London city - dove trova terreno fertile la sua passione per l’economia marxista - come sarebbero altrimenti gestibili? Sarà la forza soprannaturale di cui sono innatamente dotate le donne, sarà quel che sarà, fatto sta che “elasti” ce la fa. Ce la fa sempre, un po’ per volta, minuto per minuto, a furia di sgomitate, corse e miracoli, lacrime, crisi isteriche e impulsi proto-omicidi, ma anche grazie al grande ottimismo, all’autoironia e, naturalmente, all’amore a perdere che la contraddistinguono. Tant’è che ai due nani aspira-energie e a una quotidianità effettivamente concitata, a breve si aggiungerà un altro bel da fare. “Elasti” attende infatti il terzo microbbit. Lo ha tanto desiderato, nonostante la fatica, i sacrifici e tutto quanto. Persino il marito, alias Mister Wonder, fino a ieri recalcitrante, ora è felice di diventare tris-padre e anzi sta per traslocare tutta la ciurma in una fantastica, lussureggiante, esaltante cittadina americana, che si rivelerà presto a sorpresa una middle chiavica ficcata nel deretano dell’Alaska... 

La seconda annunciata tranche delle mirabolanti avventure di Claudia De Lillo, la multi-mamma del fortunatissimo Nonsolomamma (tutt’attaccato) edito nel 2008, ci sorprende ancora con questo Nonsolodue (sempre tutt’attaccato), che continua a rilasciare esilaranti gocce di buonumore anche a lettura temporale distanziata. Sotto forma di diario, canovaccio vincente il blog di successo http://www.nonsolomamma.com/, ispiratore anche del primo libro, l’autrice ci confida con l’immediatezza di un linguaggio familiare e corrente le news e gli aneddoti che hanno a che vedere con la sua eroica, verticale esistenza di madre, moglie, amante, casalinga e professionista. Due nanetti, uno con la testa a casco di banana, che la chiama “Quèla”, l’altro che parla con i muri della cucina, convinto che tra essi gironzoli un certo Marìotereso (l’amico immaginario) le allietano e sconvolgono le strizzate ventiquattro ore di cui è dato ai mortali disporre, fornendole un campionario di gag spassosissime in cui numerose, sante mamme potranno ritrovarsi. Così come sarà facile e magari consolatorio scoprire che le “debolezze” degli uomini sono parecchio simili: cime di rape e cartellate a parte -questo è di Bari e tradizioni e accento se li porterà nell’oltre tomba-, il marito della Nostra rientra perfettamente nel prototipo del maschio italico antipragmatico, incapace di compiere due cosucce immantinente, moribondo al primo sintomo di raffreddore, modello retard nelle azioni più semplici, che richiederebbero il minimo sindacale di quella prontezza che si riconosce persino ai bradipi… Dunque, dicevamo, si sorride generosamente tra le pagine di questo ilare e intelligente volume: sulla condizione delle donne che, come titani, per amore, solo per amore, ingaggiano a ogni risveglio la loro lotta per conciliare le mille impegnative attività che sono chiamate ad adempiere, degnamente, in uguale misura, dalla mamma alla moglie, alla domestica in casa e alla efficiente professionista fuori dal focolare, a guadagnare il pane. Ed è proprio qui che risiede in fondo lo snodo del libro: il suo non detto più scomodo e crudele. Quello per cui, se smettiamo per un istante di sganasciarci le mandibole, avremmo, a dire il vero, di che piangere. Molte donne, nella situazione di Claudia De Lillo (con la “carretta” però da tirare avanti e lo stipendio che si esaurisce a metà del mese), non si esimono dal farlo, versando a dirotto cisterne di lacrime. Ma questo è un altro racconto, seppure più condivisibile dalla maggioranza delle nostre wonder woman. Nella modernissima Italia, pensate che strano contraddittorio, il tema della famiglia composta da mammà, papà e pargoli legittimi è al primo posto: in suo onore si inneggiano i celeberrimi Family Day, a sua difesa si prodigano le iconografiche campagne pubblicitarie promosse dai ministeri del lavoro e delle politiche sociali, con l’obiettivo di arginare la frattura dello “scandaloso” calo demografico (il tasso di natalità si aggira non oltre l’1,3%) in inquietante aumento (si perdoni l’ossimoro). Eppure, se badiamo alla realtà, quella che sguscia dall’idillio populistico degli evergreen alla Mulino Bianco, in materia di Welfare siamo messi maluccio, anzi di sterco: mancano gli asili nido, gli euro stanziati a sostegno della sacra familia precipitano vergognosamente, la spesa pubblica per l’infanzia va via via riducendosi, non prevedendo sufficienti congedi parentali per i padri e prospettando un precariato lavorativo frequentemente degradante per le madri. Ecco, anche di questo sarebbe opportuno parlare seriamente, coinvolgendo in un dibattito aperto e costruttivo ogni frangia della nostra civile popolazione. Perché ci si mobiliti in massa a creare finalmente una nuova cultura della maternità, che tenga presente tutti gli attori in scena, padri compresi. Perché la maternità, che è di fatto un’emergenza politica improrogabile, possa essere ripensata alla luce della contemporaneità, come principio imprescindibile della società intera e non come un presagio di malattia che rischia di annientare le donne, costrette a vivere quello che dovrebbe essere uno dei momenti più importanti della loro biografia con un senso di angoscia, inadeguatezza, colpa e talvolta estrema, inascoltata, dannata solitudine.

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