NOS4A2

NOS4A2
Charlie Manx è in stato semicomatoso nel reparto di lungodegenza dell’Istituto Correzionale Federale Englewood. L’infermiera Ellen Thornton gli porta la consueta sacca di sangue per evitare che muoia e privi la comunità della sua “importante” presenza. Manx è un assassino di bambini ossessionato dal Natale e negli anni ’90 ne aveva fatti sparire a decine, ma nessuno è mai riuscito a capire le dinamiche di questi rapimenti. Si sapeva soltanto che li portava nella sua casa alle pendici dei monti Flatirons, la sua Casa della Slitta, nella quale li sottoponeva alla sevizie peggiori e, dopo averli ammazzati, appendeva decorazioni natalizie per ricordarli. Il cranio enorme e lunare del vecchio fa venire i brividi all’infermiera, la quale, forte dello stato quasi catatonico del paziente, gli rivolge il solito sorriso anonimo augurandogli il buongiorno…
Joe Hill, al secolo Joseph Hillstrom King, altri non è che il secondogenito di Stephen King. Una volta  scacciato dalla mente questo ingombrante paragone, il lettore può cimentarsi senza problemi in un romanzo godibile e genuinamente inquietante che può essere tranquillamente regalato per Natale agli amanti della letteratura a tinte forti. NOS4A2 (Si pronuncia Nosferatu, come il principe delle tenebre del film di Murnau) contiene tutti gli ingredienti per appassionare: un plot tentacolare che abbraccia vari decenni, un certo gusto per il macabro e il claustrofobico e le influenze letterarie giuste. Hill, giovane ma già alla quarta opera, dimostra di saper camminare sulle sue gambe dosando sapientemente realtà e soprannaturale ispirandosi qua e là alle fantasie non-sense di Lewis Carroll, agli orrori adolescenziali di Nightmare - Dal profondo della notte e, ultimo ma non ultimo, a papà King, i cui personaggi e luoghi vengono di tanto in tanto nominati in un gioco di citazioni che i fan più fedeli del Re sicuramente apprezzeranno. Il problema principale del romanzo risiede forse nella sua eccessiva lunghezza e nella farraginosa resa dei momenti “morti” della narrazione, che rischiano di annoiare il lettore riducendone la voracità nel voltare pagina. Un centinaio di pagine in meno avrebbe quindi  giovato ma, al di là di questo, mi sento di dire che buon sangue non mente e che Joe Hill può iniziare a essere definito, se non il Re, quantomeno il Principe del brivido.

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