Nostalgia di un altro mondo

Nostalgia di un altro mondo
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La sua aula è al primo piano, vicino alla stanza delle suore. Al mattino usa il loro bagno per vomitare. Una cosparge sempre un po’ di talco sul copritazza, un’altra mette il tappo al lavandino e lo riempie d’acqua. Non ha mai capito le suore. Una è vecchia, l’altra giovane. La giovane le parlava ogni tanto, la vecchia guarda dall’altra parte e si tormenta un lembo della tonaca quando la vede arrivare… Ogni giorno, a mezzogiorno, il signor Wu percorre il vicolo, superando il dirupo puzzolente, il venditore di petardi, il vecchio tempio ora dormitorio dei contadini che raggiungono la città per il mercato e le file di botteghe, principalmente barbieri, bordelli, farmacie e negozietti di vestiti e tabaccai e poi prende posto nel piccolo ristorante a conduzione familiare, sotto il grande ventilatore appiccicoso che frusta l’aria ricoperto di polvere dalla strada, e ordina maiale, patate, verdure e se ne sta lì a guardare cartoni animati e a fumare… La casa è ricoperta di stucco bianco, tipo ranch, con siepi alte e un grande viale d’accesso semicircolare. Sul retro c’è una piscina in rovina, piena di macchie di ruggine e carcasse di scoiattoli morti lentamente di fame. Gli piace prendere il sole su una sdraio prima delle audizioni e fantasticare su quando diventerà ricco e famoso. Nella sua stanza c’è una moquette verde a pelo lungo, un letto singolo su una struttura di compensato, un comodino con una lampada per bambini a forma di clown. Sopra il letto è appeso un vecchio poster incorniciato di Marlon Brando ne I due volti della vendetta. Gli porterebbe fortuna pregare quel poster, se conoscesse Marlon Brando...

Come sovente accade nelle antologie di racconti, che spesso hanno caratteristiche similari a quelle dei concept album musicali ‒ che tramite i vari brani raccontano, come i movimenti in una sinfonia, le varie facce di una storia attraverso le diverse vicende ‒ si coglie l’occasione di affrontare le caleidoscopiche sfaccettature di un medesimo argomento. Nella fattispecie qui i racconti sono in numero di quattordici, ognuno dei quali con una compiutezza stilistica e contenutistica tale da far parlare a buona ragione di veri e propri romanzi in nuce. Il filo rosso che sostiene solidamente l’impianto della composizione e gli intrecci delle singole trame è lo strenuo tentativo di tutti i fragilissimi protagonisti delle brevi, ironiche e umanissime storie di Ottessa Moshfegh (editor, prima che in questa veste, sulle più significative riviste di letteratura a stelle e strisce) di essere persone migliori. Invano. Perché inciampano sempre sulle stesse insicurezze. Ma questa dimensione grottesca non è un male, anzi, è come un neo: esalta ancor di più la bellezza dell’esistenza, poiché la perfezione è noiosa, mentre l’imperfezione seduce irresistibilmente. E quindi si ride, ci si commuove e si riflette leggendo di vedovi che si danno alle piante grasse, donne attratte da personaggi improponibili, insegnanti che, giustamente, con gli alunni, i colleghi e la burocrazia che si ritrovano si rifugiano nella droga, e così via.



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