Notizia di un sequestro

Notizia di un sequestro

Pablo Escobàr, il più potente boss del narcotraffico mondiale, proprio non ci sta ad accettare che in Colombia viga la nuova legge che permette di estradare lui ed il suo gruppo detto, appunto, degli “estradabili” in un carcere degli Stati Uniti. Bisogna reagire, fare qualcosa, farsi sentire e possibilmente inventarsi una reazione eclatante, di quelle che rimangano sui giornali per giorni, mesi. La decisione cade su un’azione senza precedenti in Colombia, tale da mandare in tilt un intero apparato di sicurezza, i sistemi di polizia: rapire dieci personalità di spicco della società Colombiana, paralizzando l’attenzione del paese su questa azione spettacolare, costringendo lo Stato a trattare, concentrare tutta l’informazione su di lui per un consumato vizio di potere, egocentrismo, vanità. Dall’altro lato ci sono uomini e donne, prelevati a forza da casa, dalle loro automobili sotto gli occhi atterriti dei figli, dei coniugi. Trasferiti bendati in una sarabanda di spari ed azioni che rispondono ai più classici schemi dei sequestri di persona, vivono la loro prigionia dentro celle fetide, su pavimenti luridi e freddi in una dimensione in cui l’umanità non è di casa mentre fuori si contratta sul loro destino. I giorni si trasformano in mesi, la rigidità della segregazione si allenta, ma non la violenza e la brutalità dei carcerieri, sottili aguzzini, grevi e volgari: ai prigionieri è consentito prepararsi il caffè, girare liberamente per la cella, ma sono anche costretti a guardare film violenti o pornografici. C’è un lavoro, neanche tanto sottile, di snaturamento, disumanizzazione, alienazione, abbrutimento. Non tutti torneranno, alcuni pagheranno il prezzo di questa follia con la vita…

Gabo è stato giornalista e romanziere: forse una cosa più dell’altra, ma qui entrambe e con grande maestria. Non che altrove sia stato diverso: buona parte della sua narrativa parte da fatti realmente accaduti per poi prendere derive pindariche, ma in Notizia di un sequestro è il romanzo a piegarsi all’evento e non viceversa. Come disse lui stesso: “Quiero hacer otra cosa: reportajes novelados”. Ed infatti, sommerso dai documenti che riportano la cronaca di quegli eventi inauditi, spicciando il più logico del lavoro da cronista, intervistando familiari e superstiti, Gabo confeziona un reportage narrato, un esempio di non-fiction con la caratura del suo stile personale; un’ennesima prova di narrativa alta, sentita, intimamente partecipata perché la Colombia è il suo Paese, sì, certo, ma perché è il destino delle donne e degli uomini, quelli sequestrati, che conta di più. García Márquez, al solito, usa la penna come una macchina fotografica alla quale è dato il dono supplementare dell’anima. Lo scopo non è il giudizio morale, lo scopo non è prendere una posizione partigiana: lo scopo è raccontare, nella maniera più dettagliata e precisa possibile. In un continuo rimando di punti di vista che passa dall’orrore della prigionia all’angoscia che si consuma nelle famiglie e nella fragilità della materia umana che tratta, il romanzo sembra essere la forma più gentile e delicata, meno asettica e brutale per ripercorrere i giorni di prigionia in una dimensione rarefatta ma tremendamente efficace nel riportare in superficie le angosce, le paure, la concitazione dei momenti. Eppure, se si cercano le vittime, non le si troveranno da una parte sola, tra i sequestrati, ché vittime sono anche i sequestratori, vittima è la Colombia stessa persa da sempre in questa spirale di violenza senza fine.



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