Notte buia, niente stelle

Notte buia, niente stelle
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Nebraska, 1922. Per Wilfred non c’è altra soluzione che chiudere il becco di Arlette definitivamente: le donne non dovrebbero mai impicciarsi degli affari degli uomini, ma la sua supponente moglie sembra determinata a volersi disfare della terra e della fattoria, per lo stupido capriccio di trasferirsi in città. Per Wilfred la campagna è tutto, non vuole che suo figlio Henry cresca in un ambiente ostile dove tutti gli darebbero del bifolco. Deve solo convincerlo che sua madre va eliminata e per sua fortuna è la stessa Arlette a dargli una mano in quel senso: la volgarità della donna, infatti, non la rende certo gradevole agli occhi di un figlio timido e timorato di Dio… Tess è una scrittrice di libri gialli, e arriva a Chicopee per partecipare ad un incontro all’aperto coi suoi lettori. A invitarla è la giunonica Ramona Norville, bibliotecaria del luogo, che a fine incontro si permette di darle qualche dritta sul percorso di rientro a casa: se Tess prenderà la Stagg Road anziché la I-84, potrà risparmiare qualche bel miglio e godersi un buon panorama. La donna è ben felice di seguire il consiglio, sincronizza il suo tom tom e parte, certa di arrivare a casa con largo anticipo per fare le coccole al suo gatto Fritzy… Un banchetto spoglio lungo la Harry Avenue Extension. George Elvid è un tipo strano, sinistro; la sua merce è interessante anche se non si può toccare con mano. Vende Estensioni: di credito, di pene, d’amore, di realtà. Perfino di vita, proprio quello che serve a Dave Streeter, malato terminale trovatosi per caso a passare di lì. Per acquistare bastano versamenti regolari su un conto segreto alle Cayman, e il trasferimento della propria sofferenza sulle spalle di un’altra persona. Ma su chi? Riflette Dave. Poi, all’improvviso, un nome… Se Bob non si fosse trovato fuori città e quel maledetto telecomando non avesse fatto i capricci, Darcy non sarebbe mai entrata in garage a cercare delle pile, e non avrebbe mai inciampato in quel grosso scatolone dentro cui suo marito nasconde riviste bondage sotto cataloghi di arredamento in stile campagnolo. Questa scoperta sarebbe già sufficiente a farla preoccupare, ma c’è dell’altro. Quella scatola di legno intarsiata stipata dietro lo scatolone. C’è scritto “Gioielli” (l’ha regalata lei a Bob parecchi anni prima), ma il reale contenuto è di tutt’altro genere…

Stephen King racconta sempre di quella volta che, percorrendo la I-84 diretto in Massachusetts, si è fermato in un’area di servizio a sgranocchiare una delle sue amate barrette Three Musketeers: è qui - osservando una donna in panne con l’auto, aiutata da un camionista nel parcheggio - che ha avuto la folgorazione per scrivere Maxicamionista. 1922 fu concepito invece sfogliando un libro di fotografie di desolati paesaggi rurali - Wisconsin Death Trip (1973) scritto da Michael Lesy – mentre Un bel matrimonio (riconosciuto all’unanimità come uno dei racconti più belli scritti dal Re) è basato su un fatto di cronaca realmente accaduto, in cui Paula Rader, dopo trentaquattro anni di convivenza con suo marito Dennis, scopre che l’uomo in realtà è un famigerato serial killer. Ne La giusta estensione, l’unico dei quattro racconti a non avere una donna come protagonista assoluta, si torna a Derry, patria del famoso clown Pennywise (It,1986) e travestimento sotto cui il Re cela la sua Bangor. Questi i luoghi e le situazioni che hanno guidato King nella stesura dei quattro racconti contenuti in questa strepitosa raccolta – la numero sette della sua prolifica carriera – pubblicata nel 2010, con una traduzione orfana di Tullio Dobner per la prima volta dopo quasi trent’anni di ininterrotta collaborazione. L’autore tratta la questione femminile con straordinaria empatia, riuscendo a sondare in profondità un terreno considerato ostico dalla maggior parte degli scrittori maschi, e discostandosi volutamente dai suoi colleghi americani, accusati dai critici di essere sempre troppo superficiali – e a volte anche un po’ cattivi – quando si parla di donne. La figura della donna pratica e combattiva che popola l’immaginario kinghiano, assomiglia non poco alla madre dell’autore, una single che molto ha dovuto ingoiare nel tentativo di sostenere se stessa e i figli senza l’aiuto di un uomo al suo fianco; i soprusi narrati qui però, vanno ben oltre i fastidiosi atteggiamenti di presunta superiorità maschile o il decurtamento di salario (sebbene anche questi siano da condannare e King ammetta di esserne stato in qualche modo segnato): qui abbiamo l’omicidio, lo stupro, la menzogna. Roba forte, difficile da raccontare (come dichiara lo stesso autore nella postfazione al libro) e difficile anche da leggere; l’esposizione, cruda e affascinante insieme, ci fa sentire il male come se ce lo stessero infliggendo direttamente ma non ci permette di abbandonare la pagina, anche se in certi passaggi saremmo tentati di “non guardare”. Resistiamo, come resistono le nostre eroine, le quali – come in passato Carrie White o Dolores Claiborne – reagiscono al sopruso rifiutando il vittimismo, usando la vendetta, se necessario, come mezzo atto a ristabilire un nuovo equilibrio. “La mia idea, è che, nel complesso, le donne se la sappiano cavare in molte più situazioni e siano più abili degli uomini a risolvere problemi. Spero che nei miei libri questo si veda”. Si vede, sì.



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