Notte inquieta

Notte inquieta
È una mattina d’ottobre del 1942. L’autunno ucraino, fra i sentieri dei boschi e delle campagne di un intenso color bruno, ha regalato un giorno di vento, profondamente azzurro, una giornata di nuvole veloci, di luce limpida, di forte odor d’argilla e d’autunno;  una giornata capace di “restituire al giusto valore qualche ora degna di un uomo”. Un cappellano militare percorre quei sentieri. Cammina nel vento fino al campo di girasoli, fino al fiume: vuole dedicare qualche ora alle “cose belle come nei primi giorni della creazione”e ritrovare il tempo per la propria anima prima di tornare alla “prigionia” dell’ospedale militare. È la guerra  di Hitler: ogni attimo dedicato al silenzio e alla coscienza è un attimo rubato - a fatica – al “qui e ora disumano dove non si sorride, non si ama”.  Quella sera, ventosa e ormai fredda, dell’ottobre del 1942, il pastore giunge nella locanda di Proskurov - gremita di soldati, in un’aria ammorbata dalla follia nazista come un male oscuro. È venuto ad assistere un condannato alla fucilazione per diserzione, il giovane di origini polacche Fëdor Baranowski, che ancora non sa che quella sarà la sua ultima notte. Il pastore divide la stanza con il capitano Brentano, giunto quella stessa sera e in partenza per Stalingrado:  una destinazione da cui è quasi impossibile tornare vivi, l’equivalente di una condanna a morte. Quella notte è la notte degli addii: allora, più che mai, nell’essenzialità  ogni gesto si carica di senso, per chi ancora sa guardare dentro se stesso. Alla locanda giunge di nascosto,  nella stanza che Brentano e il pastore condividono,  la fidanzata del capitano, Melanie: è venuta ad abbracciare un’ultima volta l’uomo che ama. I tre, intimamente vicini di là di tante parole, consumano insieme un po’ di pane bianco e miele, del buon caffè. Poi, mentre Melanie e il capitano Brentano si appartano in un angolo per passare le ultime ore insieme, il pastore legge durante la notte gli incartamenti di  Fëdor Baranowski: vuole conoscere la storia di quel giovane polacco, intuirne i pensieri,  prima che il faldone della sua pratica si chiuda e lo consegni per sempre all’anonimato delle innumerevoli vittime della guerra nazista. Vuole incontrare quel giovane prima della fucilazione, accompagnarlo nel momento del congedo dalla vita. All’alba il destino si compirà: Baranowski sarà fucilato, Brentano partirà per il fronte. Ma quella notte inquieta saprà portare nel buio dell’orrore nazista uno squarcio di luce…
Notte inquieta (prima edizione 1950) è un piccolo gioiello che conosce da anni - all’estero -  una straordinaria fortuna, pubblicato in diciotto lingue, sottratto al rischio dell’oblio nell’editoria italiana grazie all’appassionato consiglio di un libraio di Milano, Claudio Oxoli, che ne ha segnato il destino facendo conoscere questo piccolo libro  alla casa editrice Marcos y Marcos. Il suo autore, Albrecht Goes, nato in Germania nel 1908, fu cappellano militare durante la Seconda Guerra Mondiale, e non è difficile intuire l’esperienza e i pensieri stessi di Goes nello sguardo con cui  il narratore – il pastore protestante  - racconta in prima persona e rivive la vicenda di quella notte. Perché chi narra non è solo capace di accompagnarci lungo il percorso narrativo, di portarci dentro i fatti, ma con uno stile asciutto sembra sottrarsi alla fiumana degli accadimenti:  per interrogare la propria coscienza, e incidere, con forza, eppure con altrettanta levità , una riflessione intima. Ne nasce un quadro di potente essenzialità, in cui buio e luce si affiancano sfumando l’uno nell’altra. Quella “notte inquieta” è il buio del sonno della coscienza, nell’abiezione e nel cinismo del maggiore Kartuschke e di soldati succubi del regime nazista, dimentichi di ogni umanità. E’ la notte della dolorosa crisi di coscienza tenente Ernst, che l’indomani dovrà ordinare l’esecuzione di un uomo; ma anche di uomini come lui che, pur  rinnegando il male nazista, se ne sentono complici: non basterà un giorno dire che “non abbiamo responsabilità, abbiamo fatto soltanto quello che ci è stato comandato. Questa è l’amara verità: il sabba delle streghe ci troverà tutti colpevoli, tutti quanti”. Quella notte però è anche la notte in cui uno squarcio di luce rischiara le tenebre: è la dignità e la grandezza di uomini capaci ancora di amare e di farsi prossimo, una com-passione profonda che è spasimante rivolta alla  barbarie, e segna il trionfo della vita sulla morte dell’anima. Senza retorica, senza sentimentalismi, Albrecht Goes ci conduce lungo un cammino che parla di male e di bene. Interroga la nostre coscienze, quasi a chiederci da che parte vogliamo stare: qui e ora.  Ma  insieme, con un tono poetico, sembra affidarci un viatico che tanto più intensamente riluce nel suo nitore  quanto più cupo è il buio: il potere salvifico dell’autentica bellezza, quella che aiuta l’uomo a ritrovare la sua vera umanità.

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