Notturno

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Manitock è un piccolo centro industriale del New Hampshire. Forse troppo piccolo per due come Beatrice Kern e Moira Greaney. Entrambe giovani, entrambe vedove. Beatrice ha perso il suo Wallace in un assurdo incidente stradale. Moira ha visto il suo Edgar, preside della locale facoltà di Filosofia, spegnersi in un anno e mezzo per un tumore. Le due all’inizio provano una forte diffidenza, anzi antipatia, l’una per l’altra. Le loro esistenze si sfiorano, la gente le paragona, conoscenti in comune sembrano convinti che debbano frequentarsi perché hanno un dolore che le unisce, perché hanno una ferita simile da guarire. Ma loro non ne vogliono sapere. Poi, lentamente, annusandosi come cani randagi, iniziano a parlare al telefono, a vedersi… Oliver, editore e direttore di una apprezzata rivista culturale, sta visitando con affascinata curiosità un Paese del blocco comunista nel quale è stato invitato per un ciclo di conferenze. Ad accompagnarlo in ogni momento – e a far da tramite tra lui e il mondo – c’è il giovane interprete Liebert. Il problema è che Oliver (alla sua età!) si è innamorato come un giovincello a prima vista di una ragazza del luogo, tale Alisa, violista e insegnante di Musica al liceo. Per comunicare con lei e provare a sedurla (a portarsela via, a… salvarla) Oliver ha bisogno della mediazione di Liebert. Per capire le reazioni di lei, i suoi discorsi, decifrare il suo atteggiamento ha bisogno della mediazione di Liebert. Nasce uno strano triangolo… Il dottor Lawrence Pryor è stanco. Stanco dei suoi pazienti che gli chiedono di risolvere i loro problemi con una ricetta, di far sparire i loro sintomi spesso immaginari con qualche pillola, stanco dei problemi che ogni giorno quella processione infinita di persone che si presenta al suo studio gli racconta. Ma alla stanchezza si aggiunge l’inquietudine quando Pryor inizia a vedere (o credere di vedere) sua moglie tra la folla in compagnia di un altro uomo, quando frugando tra la biancheria della figlia trova dell’intimo sexy che non dovrebbe esserci. Qualcosa della sua vita apparentemente monotona e regolare gli è sfuggito di mano senza che lui se ne accorgesse… Bonham e sua figlia Daisy sono una coppia ben strana. Lui, alto e magro come un chiodo, ogni tanto tira fuori dalla tasca un taccuino e prende appunti. Lei ride, parla, saltella. È “la sua bimba, il suo tesoro, la sua cocca, la sua croce, la sua piccola, il suo angioletto, la sua monella, il suo scarabocchietto, la sua micina, la sua eterna buffoncella. E un genio”…

Nell’arco della sua carriera Joyce Carol Oates ha pubblicato più di quattrocento racconti: una produzione davvero sterminata, che testimonia quanto sia stata a suo agio la scrittrice statunitense con la forma breve. Qui l'editore italiano propone quattro racconti scelti dalla splendida antologia Where are you going, where have you been? Selected stories del 1993 e accomunati una certa “umbratilità” nei temi e nelle atmosfere, pur nelle reciproche differenze. Il primo, Le vedove, è il più “oatesiano” di tutti: un trip psicologico tutto al femminile sul tema della coppia e dell’elaborazione del lutto. Il secondo (La traduzione), vero capolavoro, è una riflessione che profuma di sogno sul senso del linguaggio, sull’amore, sull’alterità e finanche, en passant, sul comunismo. Il terzo, Macchie di sangue, è molto hitchcockiano mentre l’ultimo (Daisy) è un inquietante apologo sulla disabilità e sulla paternità che si dice sia liberamente ispirato al tragico rapporto tra James Joyce e la figlia schizofrenica Lucia. C’è chi ha addirittura parlato di “gotico americano” riferendosi a queste quattro storie nascoste dietro una copertina improponibile, ma è probabilmente una forzatura. Si tratta piuttosto di viaggi nel chiaroscuro dell’animo umano, là dove le convenzioni, le inibizioni e le bugie raccontate soprattutto a noi stessi scolorano e “il mare color del vino” dell’inconscio è increspato da onde pericolose.



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